28 anni dopo Recensione: The Last of Them
È cambiato tutto: oltre vent’anni dopo l’uscita del seminale 28 giorni dopo di Danny Boyle e Alex Garland, che nel 2002 rivoluzionò il genere horror, lo zombie-movie e il cinema tutto con l’idea di associare all’inedito ‘zombie-corridore’ (più spaventoso e rabbioso del ‘classico zombie lento’) la frenesia di una messa in scena realizzata per la prima volta con cineprese digitali (piccole, leggere, facili da maneggiare e in grado di restituire immagini dinamiche, sporche e ‘mosse’, nel tipico stile da videoclip che in quegli anni in tv raggiungeva il suo apice) oggi il genere horror, lo zombie-movie e il cinema tutto sono drasticamente diversi.
Dal successo di 28 giorni dopo sono arrivate infinite variazioni sul tema, sia al cinema che in televisione, da L’alba dei morti viventi a L’alba dei morti dementi, da The Walking Dead a Allo of us are dead, da Train to Busan a World War Z, fino al mondo dei videogame con i capolavori di Naughty Dog The Last of Us e The Last of Us: Parte 2, ovviamente trasposti in chiave live-action con la serie tv HBO The Last of Us: se c’è un genere più saturo di quello dei supereroi, è quello degli zombie.
28 anni dopo: nuovo mondo, nuovi sguardi
Ecco allora la sfida di 28 anni dopo: un nuovo zombie-movie per un nuovo mondo, quello del post-pandemia, del post-rivoluzione digitale, del post-Brexit. Chiamiamolo The Last of Them: nella storia siamo ancora nel Regno Unito, ma per estensione metaforica il virus della rabbia è stato contenuto e l’Inghilterra da quasi trent’anni vive isolata e abbandonata al suo destino.
Tornano ovviamente il regista originale Danny Boyle e lo sceneggiatore/creatore della saga Alex Garland (che non avevano avuto nulla a che fare con il primo sequel, 28 settimane dopo, uscito nel 2007 per la regia di Juan Carlos Fresnadillo), ma è tutto immediatamente diversissimo: in pochi istanti si crea un nuovo mondo, totalmente diverso dall’originale (a partire dagli sfondi: la Londra deserta di 28 giorni dopo, che anticipò di vent’anni le immagini delle metropoli svuotate dalle restrizioni anti-covid, qui lascia il posto ad una natura incontaminata, una natura che si è ripresa i suoi spazi nei trent’anni in cui la società è regredita allo stato di tribù) e la boccata d’aria fresca è immediata.

Soprattutto, vivaddio, a livello visivo: girato con nuove tecniche (che hanno previsto anche l’utilizzo di diversi iPhone), 28 anni dopo è ricco di spunti visivi in ogni scena, e Danny Boyle (da sempre uno sperimentatore) riesce ad arricchire in immagini le tante idee narrative e di world-building alla base della sceneggiatura di Alex Garland.
L’idea della regressione umana contrapposta all’evoluzione degli infetti, di certo non inedita, qui lo sembra per come viene raccontata e per i dettagli su cui Boyle e Garland si focalizzano, adottando un punto di vista (quello del giovane protagonista, un ragazzino che non ha mai conosciuto il mondo pre-virus) di fronte al quale tutto sembra nuovo e mai visto prima: un coming-of-age all’inferno, con un Ralph Fiennes calvo e pitturato a metà tra un Virgilio e un colonnello Kurtz.
Prima parte di una trilogia, interamente scritta da Alex Garland: il prossimo capitolo, 28 anni dopo: Il tempio di ossa, diretto da Nia DaCosta, è già pronto e uscirà a gennaio 2026, col terzo in lavorazione.
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