Alien: Romulus Recensione: il medley Scott/Cameron funziona
Come il prequel di Predator Prey (se ve la siete persa, ecco la recensione di Prey) ma più del prequel di Predator Prey, Alien: Romulus di Fede Alvarez si pone l’obiettivo di riportare in auge una proprietà ex Fox ora sotto il segno della Disney, il glorioso franchise di Alien, assente dai grandi schermi dal 2017, anno dell’uscita del secondo prequel Alien: Covenant.
Lo fa scegliendo la via più furba di tutte, ma anche la più rischiosa in assoluta: un medley tra Ridley Scott e James Cameron, i due padri della saga, rispettivamente regista del capostipite horror originale del 1979 e del suo leggendario sequel fanta-action del 1986: opere dissonanti, complementari, capolavori irraggiungibili della storia del cinema, che Alien: Romulus (che il concetto di binomio ce l’ha già nel titolo, che si rifa alla leggenda della fondazione di Roma e dei gemelli Romolo e Remo) prova a mescolare in un ibrido capace di prendere il meglio da entrambi.
Il risultato è godurioso e prevedibile allo stesso tempo: se nella prima parte ci si appoggia maggiormente al mondo claustrofobico, buio e dominato dal complesso del corporativismo industriale del primo capitolo, ritornando anche alle scenografie da fantascienza retro-futurista e analogica che Ridley Scott aveva spazzato via con un colpo di spugna con i prequel Prometheus e Covenant (che invece ricreavano un setting tecnologico post-Pixar e post-Apple narrativamente anacronistico ma spietatamente ridleyscottiano), un mondo nel quale il regista di Evil Dead e Man in the Dark si trova estremamente a suo agio, nella seconda parte il film sposta il suo asse verso il militarismo jamescameroniano, lasciando che le mostruosità che infestano i corridoi della stazione spaziale Romulus ‘escano dalle fottute pareti’.
E quindi tutto diventa binario: la sorella e il fratello protagonisti, la doppia anima dell’androide senziente che può mutare a seconda del chip che viene installato, come le due anime del film che Alvarez sostituisce alla bisogna. Tuttavia l’uso ambivalente che Ridley Scott e James Cameron facevano dell’intelligenza artificiale diventata estensione del pensiero dei due autori, tematica che da Alien: Romulus viene fuori abbastanza annacquata.
Così come, in questa storia di ‘Icari’ che vogliono tornare a guardare il sole, e di cordoni ombelicali che ci tengono attaccati all’ossigeno, la tematica della maternità, fondamentale nella saga di Alien: la giovane Cailee Spaeny, già ambiziosa fotografa di Civil War di Alex Garland, è un’eroina più dolce della mascolina Sigourney Weaver, che negli anni 80 rispondeva ai muscoli dei Sylvester Stallone e degli Arnold Schwarzenneger svestendosi per Ridley Scott e potenziandosi con i mecha di James Cameron.

Il suo scontro di sopravvivenza generazionale e di confronto col passato non trova sbocchi in riflessioni più alte, limitandosi a crogiolarci in un piacere sfacciatamente b-movie, dove trovano terreno fertile le situazioni cardine e i simboli della saga: i peni, le vagine, le gravidanze e i parti, di carne e acido e sangue. E tutto sommato va benissimo anche così.
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