American Primeval Recensione: la frontiera e la violenza
This land is your land, this land is my land, cantava il poeta in brano folk leggendario che è l’essenza dell’America e che in American Primeval di Peter Berg torna con un riff di chitarra immediatamente riconoscibile, immediatamente potente.
Il regista di quell’interessante trilogia tematica sull’americano medio in situazioni eccezionali costruita tutta sul corpo di Mark Wahlberg e snodata attraverso i film Lone Survivor, Deepwater e Boston: Caccia all’uomo, si affida a Netflix per allestire il suo progetto più ambizioso, una ricostruzione molto cruda – per dirne una, scevra del romanticismo crepuscolare di Horizon di Kevin Costner – della vita di frontiera e dello scontro tra comunità che nei insanguinò i territori nella metà dell’800.
Siamo più dalle parti di Cormac McCarthy che di AB Guthrie, per intenderci, con una confezione che non può ricordare The Revenant di Alejandro G. Inarritu: non solo per il sosia giovane di Leonardo DiCaprio, l’attore Dane DeHaan, come mai simile all’originale nelle pellicce, negli occhi iniettati di sangue e nel corpo martoriato, e neanche per la sceneggiatura di Mark L. Smith (autore di quella di The Revenant), perché qui il racconto si fa corale laddove quello di Inarritu si poneva come intimismo paesaggista; lo è soprattutto nella fotografia di Jacques Jouffret, fedelissimo di Berg che qui imita le composizioni fluide di Emmanuel Lubezki, aggiungendo colori desaturati quasi fino a sfociare nel bianco e nero e tantissime inquadrature sghembe per un mondo che pare uscito dal suo asse.
Imperdibile per gli amanti del western, anche se non per tutti gli stomaci, e con un Shea Whigham in più. In esclusiva su Netflix dal 9 gennaio.
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