Andor 2 Recensione: lo Star Wars per adulti colpisce ancora
Le serie tv come Andor 2 sono quelle che ci fanno veramente temere il peggio per il futuro del cinema.
Quando le possibilità narrative offerte dallo streaming finiscono nelle mani di un autore come Tony Gilroy, quando attori di questa caratura si mettono al servizio di personaggi e storie così mutevoli e così complesse, quando i grandi franchise di Hollywood riescono a reinventarsi in questo modo e quando i generi confluiscono uno nell’altro creando un tutt’uno inedito ed originale, allora forse i film sono davvero un’arte rimasta al XX secolo.
Dibattito che sarebbe lunghissimo e comunque del tutto inutile, e che mettiamo da parte per concentrarci sull’argomento del giorno: il miracolo di Andor 2, a mani basse tra le serie televisive mai concepite nella nuova era della tv in streaming.
Andor 2: un capolavoro galattico
In dodici episodi, la seconda e ultima stagione della serie tv con protagonista Diego Luna è capace di creare un mondo totalmente nuovo, che prende vita grazie ai punti di vista che Tony Gilroy – con l’aiuto in sceneggiatura del fratello Dan Gilroy e il fedele collaboratore Beau Willimon – sceglie di adottare di volta in volta.
Quattro gruppi da tre puntate l’uno, che usciranno settimanalmente su Disney+ dal 23 aprile, quattro ‘film’ da circa tre ore ciascuno, separati di volta in volta da un salto temporale di 1 anno che ci avvicina sempre di più agli eventi di Star Wars: Rogue One, film del 2016 di cui Andor è un prequel: dato che sappiamo tutti cosa succederà al protagonista e, in questo meccanismo da conto alla rovescia ineluttabile, mentre il tempo scorre inesorabile e gli eventi passano a colpi di ellissi in cui ciò che non viene mostrato conta tanto quanto ciò che avviene di fronte a noi, ogni scena riesce ad agire sullo spettatore su più livelli contemporaneamente.
Tanti che, mettendo in fila oggi Andor, Andor 2 e Rogue One, si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad una trilogia concepita per essere tale fin dall’inizio. Una grande trilogia, per chiarire.

Ogni cosa sorprende, spiazza o emoziona: il lavoro svolto dalle scenografie, che fanno di Star Wars un mondo davvero gigantesco dentro cui l’uomo è sempre minuscolo, la colonna sonora di Brandon Roberts, i legami che si creano tra i personaggi e il risultato dell’amalgama di generi che Tony Gilroy usa a proprio piacimento: fantascienza, spionaggio, guerra, dramma, thriller politico, avventura, azione, noir…a tratti sembra di passare dalle parti di Blade Runner, per il design di certa oggettistica e di certi set.
Su tutto, però, l’idea più folgorante è l‘attenzione posta nel ritrarre il passaggio del tempo e il suo effetto sui luoghi del cuore e dell’anima: una location, in particolare, nell’arco dei quattro anni coperti dalla storia diventerà irriconoscibile nei momenti finali rispetto a com’era all’inizio e a come la ricordavamo.
La condizione dello spazio esteriore che racconta quella interiore: cinema enorme a puntate su piccolo schermo, in una galassia lontana lontana mai così vicina al nostro tempo.
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