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Bears In Space Recensione

Bears In Space Recensione: un FPS dal grande impatto

Bears in Space, sviluppato da Broadside Games, pubblicato da Ravenscourt, è un nuovo sparatutto in prima persona che ci è piaciuto parecchio

Immaginate Duke Nukem Forever, DOOM, Quake e qualsiasi sparatutto di cui non potete fare a meno. Bene, lo avete fatto? Come, non ho capito: siete rimasti sotto con High On Life di Squanch Games (se ve la siete persa, ecco la recensione di High On Life)? Bears in Space, sviluppato da Broadside Games e pubblicato da Ravenscourt, è un nuovo sparatutto in prima persona dall’impatto fantastico.

Tre persone! Tre persone a sviluppare Bears in Space, un’altra bomba atomica di un genere che ormai, lo ammetto, è diventato il mio kink videoludico e non posso farne a meno. Tralasciando il mio fetish dichiarato per gli FPS, comunque, Bears in Space è proprio sviluppato da tre giovanotti che hanno dedicato anima, corpo e lacrime dietro a un progetto sorprendente, debuttando su un mercato certamente saturo di pubblicazione analoghe ma, al contempo, incredibili e memorabili.

Poco più sopra, d’altronde, ho citato gli sparatutto in prima persona più rappresentativi del genere. C’è anche High On Life, a mio parere estremamente sottovalutato nel mercato odierno e nelle tante proposte che si possono trovare, soffiando sulle dita per raffreddarle a causa dell’utilizzo compulsivo dei tasti per colpire gli avversari a distanza ravvicinata.

C’è da dire, inoltre, che l’evoluzione dei first person shooter, specie con High Life e con il Black Mesa che tutti speravano di giocare e vivere pienamente, è percettibile anche grazie ai boomer shooter proposti, rappresentati a loro volta da team come Nightdive Studios, che tornano indietro nel tempo per portare ai giocatori opere degne di nota e, ovviamente, anche qualcosina in più.

Bears In Space Recensione 1

Con Bears of Space, lo ammetto, mi aspettavo un classico FPS come tanti ce ne sono nella giungla del mercato, ma non avevo messo in conto che, accidenti, crea assuefazione. Ed è la stessa assuefazione che, maledizione, ho percepito in passato con Quake e con una produzione folle del calibro di High On Life. E in Bears of Space c’è tutto questo, ma pure molto di più: soprattutto una personalità invidiabile, composta da una chiara idea di game design e da un contesto che, oltre a far ridere, mi ha fatto dire più volte: “Quanto vorrei un FPS in cui impersono Rocket Racoon invece di un orso”. D’accordo, d’accordo, ora sto vaneggiando: ma non costa nulla sognare, giusto?

Uno vorrebbe andare in pensione e invece…

Il protagonista di Bears in Space, Maxwell Atoms, è a un passo dalla pensione, a un centimetro da un divanetto comodo in cui finire di guardare le puntate di Centrovetrine, alla sua centoduesima stagione. Qualcosa però va storto: dei pirati spaziali, degli orsi arrabbiati pronti a tutto pur di impedirgli di godersi la vecchiaia, abbordano la sua navicella scientifica e, nel frattempo, gli iniettano in endovena una soluzione che lo trasforma in un orso. O meglio, chiarisco: in un orso con le sue sembianze, le sue voci e i suoi pensieri.

È una trama classica, quella di Bears in Space, che però è bene seguire direttamente per non rischiare di ritrovarsi rovinata l’intera esperienza. Cosa attira maggiormente, oltre a una scrittura dichiaratamente caciarona e pensata per essere ilare e ironica, ma soprattutto sferzante e brutale, è il contesto finemente proposto, sorretto da una storia e da situazioni così assurde che potrebbe diventare complesso riuscire a non ridere, a non soffocare per le scelte ludiche proposte à la Duke Nukem e per le battute brillanti e sfaccettate dei vari comprimari.

Bears In Space Recensione 2

Insomma, diventare un orso è una responsabilità come avere dei superpoteri, sperando di riuscire a lanciare abbastanza ragnatele per non cadere nel vuoto. In questo caso, però, qui non c’è un eroe buono, bensì un distruttore armato fino ai denti con il solo obiettivo di sistemare l’ordine naturale e procedere con la sua vita. E poi uno non deve arrabbiarsi quando aumentano l’età pensionabile.

Sparare, morire e arrabbiarsi come un orso

Seppur marginale, la trama è comunque coinvolgente. Cosa però riesce a rendersi incredibile, oltre che trascinante, è il game design di Bears in Space in ogni sua scelta. È un videogioco che conquista, intrattiene e dà vita ad approcci diversi quando si tratta di dover triturare a suon di colpi i nemici per abbatterli e fare loro del male.

Ora, che un team riesca a realizzare un videogioco del genere è tanto difficile, considerando la presenza di tanti nomi noti nel panorama; se però a realizzare questo progetto è un team di sole tre persone, c’è da dire che il fascino che attira su di sé un videogioco di questo calibro diventa ineguagliabile, da lasciare di stucco e da sorprendere placidamente, come un bel tuffo nel passato e una danza suadente fatta di proiettili e morti. Una chiarissima poetica del dolore che, insomma, rende il gunplay di Bears in Space assolutamente brillante.

È sempre molto complesso rendere una struttura sparatutto fluida, di semplice intuizione e rapida, quando si tratta di dover prendere delle scelte. In un modo che riesce solo ai grandi nomi, Bears in Space coinvolge grazie alle tante situazioni che si creano. L’arsenale a disposizione della belva, dunque, è vasto e variegato: si passa da una pistola che non necessita di proiettili a un fucile a poma, a un lanciarazzi e ad armi con il fuoco semi-automatico, e alcune di esse, avanzando nell’esperienza, possono addirittura essere modificate per differenziare gli approcci di attacco e molto altro.

Uno sparatutto in prima persona valido si riconosce quando non dà mai effettivamente tempi morti, e in questo caso Bears in Space non lascia al caso neppure un nanosecondo del suo potenziale vastissimo che si traduce in una prova encomiabile e di assoluta caratura. Uccidere diventa poetico, quasi una missione, e lascia nello spirito del giocatore tanto, tantissimo appagamento personale, specie negli scontri con i boss.

Bears In Space

Ben prima di cominciare l’avventura, inoltre, è possibile optare per le difficoltà che si preferisce, il che rende gli scontri sia semplici per chi non è avvezzo al genere, sia complessi per chi – come me – vive di opere di questo tenore sin da quando teneva un pad o un mouse in mano. Il game design è strutturato con intelligenza, non dando mai la sensazione di essere fuori tempo massimo: è la grandezza delle produzioni come Bears in Space.

Bears in the Space: non solo botte da orbi

Arricchito da musiche e composizioni riuscitissime, Bears in Space è un piacere per le orecchie quanto per gli occhi. È un videogioco dettagliato, di sicuro meno ambizioso di un moderno DOOM, ma comunque con un preciso obiettivo: raccontare, con passione e amore, un genere che mette i brividi a chiunque non riesce a vivere senza sparare addosso a qualcuno.

E il lato più ironico dell’opera, che si sintetizza con personalità e amore, è il suo messaggio finale: se in un mondo pieno zeppo di tanti titoli simili gli uni agli altri è complesso emergere, arriva poi quell’opera che, senza arte né parte, dimostra tanta personalità. Bears in Space, in tal senso, ne ha da vendere: e poi, diciamocelo, quanto è assurdo far scattare di rabbia un orso dopo che ha raccolto del miele? Tantissimo, specie quando quest’ultimo si trova a sminuzzare un esercito di robot arrabbiati come faine. Bears in Space è una droga che tiene incollati allo schermo per quindici ore, garantendo anche un’ottima rigiocabilità. Questa sì che è personalità.

Nicholas Mercurio

Cosa succede se unite letteratura, tanta curiosità e un mix letale di videogiochi indipendenti e di produzioni complesse? Otterrete Nicholas, un giovane virgulto che scrive tanto e vuole scrivere di più. Chiamato "Puji" ben prima di nascere, dovete dargli una penna per tenerlo calmo. O al massimo un pad.

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