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Challengers Recensione

Challengers Recensione: Tennis su tela di Guadagnino

Abbiamo visto Challengers, il nuovo film diretto da Luca Guadagnino con protagonista Zendaya: la nostra recensione

Dopo l’immensità degli spazi aperti e infiniti di Bones and all, con protagonisti Timothée Chalamet e Taylor Russell, Luca Guadagnino ritrova un’altra star di Dune: Parte 2 di Denis Villeneuve, l’attrice Zendaya, per un’opera di confini, di limiti, restrizioni e privazioni: Challengers, un film piccolo piccolo che in realtà è gigantesco come questo autore incredibile il cui talento ha ormai ampiamente debordato dall’industria italiana a quella di Hollywood.

Dalla Chani di Arrakis Zendaya diventa qui Tashi Duncan, un’ex prodigio del tennis reinventatasi non solo allenatrice ma anche imprenditrice e marchio: una forza della natura che non ammette errori, sia dentro che fuori dal campo, oggi sposata con un fuoriclasse reduce da una serie di sconfitte (Mike Faist) destinato a ritrovarsi col suo più caro amico e oggi rivale (Josh O’Connor), che ai tempi del college fu anche fidanzato di Tashi.

Il rettangolo di gioco, la rete alta come un muro, la palla che va di qua e di là come il passato e il presente delle storie dei tre protagonisti: Guadagnino schiaccia e il pubblico esulta.

Challengers: Animali Diurni

In un gioco in cui si è di fronte faccia a faccia con il proprio avversario e in mezzo ai due soggetti c’è l’abisso, quello più personale e solitario, Guadagnino con Challengers delinea un triangolo emotivo e di vite e partire dall’unico sport che non ammette triangoli: inventa il tennis al cinema, nel linguaggio del suo movimento dipinge traiettorie che rivelano segreti inconfessabili sui protagonisti, le forme dei loro sguardi sono parole che formano frasi non dette, come il non detto che concludeva il noir di Tom Ford Animali Notturni.

Solo che il noir di Guadagnino (perché in Challengers c’è tanto noir) è diurno, è sotto il sole, è di corpi sudati e muscoli contratti, ginocchia e caviglie, polsi e mani, glutei e cazzi, per un tennis che diventa più di una sfida, per un tennis che diventa erotismo: amicizia, amore, matrimonio, fedeltà, tradimento, riscoperta, passione, delusione, vergogna. In questa partita ci sono tre vite nello stesso campo, sarebbe penalità ma il giudice di sedia Guadagnino chiude un occhio, anzi li apre.

Challengers Zendaya

Prendere lo sport più anti-spettacolare che ci sia e renderlo cinematografico, attraverso un ménage à trois i cui tempi vengono dettati da una mistress ai suoi schiavi in ginocchio: ma non siamo solo dalle parti di Bertolucci (il maestro di Guadagnino, il suo padre cinematografico) e dei giochi a tre di The Dreamers, ma anche di Nagisa Oshima, con le racchette e le palle impugnate come le spade dei samurai omosessuali di Tabù.

L’ultima è scena è da non credersi: è un desiderio che esplode, è un orgasmo, è un liberarsi, è un trionfo.

Matteo Regoli

critica i film, poi gli chiede scusa si occupa di cinema, e ne è costantemente occupato è convinto che nello schermo, a contare davvero, siano le immagini porta avanti con poca costanza Fatti di Cinema, blog personale

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