Civil War Recensione: quando vedere è un bisogno
Dopo il capolavoro televisivo di Devs e il surreale e allegorico horror Men, il regista e sceneggiatore Alex Garland torna al cinema con la sua opera più incendiaria e ambiziosa, il blockbuster di fantapolitica Civil War.
Con un cast d’ensemble di prim’ordine guidato da Kirsten Dunst, Wagner Moura, Cailee Spaeny, Stephen McKinley e Jesse Plemons (marito della Dunst nella vita reale), oltre alla star della serie tv di The Last of Us Nick Offerman (già collaboratore del regista in Devs: se amate la serie, occhio ai camei) nei panni del Presidente degli Stati Uniti, Civil War è il film più costoso mai fatto della A24 e il primo tentativo della casa di produzione indipendente di culto di gettarsi nella mischia degli spettacoli cinematografici ad alto budget, forte del successo e della popolarità raggiunti nell’industria mainstream con i tanti Premi Oscar vinti l’anno scorso da Everything Everywhere all at once.
La storia, caldissima a pochi mesi dalle elezioni presidenziali USA 2024, immagina una nuova guerra civile americana non più tra Nord e Sud (come fu ai tempi di Abraham Lincoln), ma tra Costa East e Costa Ovest, Los Angeles (e Texas) e New York, Destra e Sinistra, Repubblicani e Democratici, raccontata senza schierarsi e con obiettività attraverso il punto di vista di un gruppo di reporter di guerra.
Civil War: il vedere come bisogno
Inizia fuori fuoco, Civil War, con il vedere che è subito un bisogno: il tempo di mettere a fuoco, di iniziare a vedere, che l’immagine diventa quella trasmessa di una televisione, filtrata dallo schermo, e a sua volta soggetto dello sguardo della protagonista, anzi della macchina fotografia della protagonista, che punta il suo obiettivo verso il monitor e l’immagine al suo interno.
Garland, regista di donne (sempre protagoniste dei suoi film) e di percezioni spaziali (uno spazio-gabbia sempre ristretto, un isolamento che è sempre l’emanazione di un sentimento interiore) con Civil War allarga il suo sguardo, che si fa più generazionale e relativista che mai: due donne, passato e futuro, uno spazio selvaggio più che post-apocalittico direi post-informazione, e solo le immagini a fare da tramite, ad offrire un collante tra ciò che ci potrebbe essere là fuori e ciò che viene effettivamente visto, documentato, immortalato.

Al contrario di Blonde di Andrew Dominik, in cui Marilyn Monroe era la figlia di un padre-fotografia idealizzato, un fantasma affisso a una parete, in Civil War le immagini diventano carne, sangue, putrefazione, la macchina fotografica e la macchina da presa congiungono il campo lungo del cinema ai primissimi piani e i dettagli del reportage sul terreno, creando una realtà che non ha bisogno di spiegazioni (e infatti non c’è contesto su nulla) perché è così reale, è così di fronte a noi, è così a fuoco, da bruciare.
Oltre il non guardare de La zona di interesse di Jonathan Glazer, sacrosanto miglior film internazionale agli Oscar 2024, forse c’è il mettere a fuoco di Civil War.
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