Dragon Age The Veilguard Recensione: è valsa la pena aspettare 10 anni?
Tra gli RPG di fine Anni 2000, Dragon Age: Origins è stato forse uno dei più amati ed iconici. L’opera firmata BioWare conquistò critica e pubblico con un profondo gameplay tattico, una scrittura di trama e personaggi superlativa, e una qualità scenica e sonora di prim’ordine.
Da quel momento però la serie non ha più raggiunto i fasti degli inizi: Dragon Age II venne sviluppato in tempi fin troppo rapidi per richiesta del publisher Electronic Arts (che ha acquisito BioWare nel 2007) non riuscendo dunque ad esprimere il suo pieno potenziale, mentre il pur interessante Dragon Age: Inquisition è stato penalizzato da alcune discutibili scelte ludiche e strutturali che non gli hanno permesso di spiccare il volo.
Nonostante tutto, Dragon Age è una serie che ha saputo conquistare il cuore di milioni di giocatori, desiderosi prima o poi di rivedere il brand in azione con un quarto episodio nuovo di zecca. Ma l’attesa è stata veramente lunga: il suo sviluppo, iniziato nel 2015, si è rivelato molto più problematico del previsto tra rinvii, pause, continui cambi di staff e stravolgimento nella direzione del progetto portando dunque BioWare a prendersi tantissimi anni per concretizzarlo.
Annunciato ufficialmente ai The Game Awards 2018, soltanto nell’estate del 2024 si vedrà finalmente nel concreto l’opera che ha poi preso il nome di Dragon Age: The Veilguard, pensata come seguito diretto di Inquisition. Tuttavia il reveal ufficiale ha sollevato più di una perplessità, con i fan poco convinti del netto cambio di stile sia ludico che estetico pensato da BioWare, lontano dalle atmosfere dark fantasy che hanno caratterizzato il brand fino a quel momento e con un’impostazione all’apparenza più leggera e scanzonata rispetto ai toni cupi dei predecessori.
Persino il gameplay sembra distaccarsi nettamente dal passato, presentandosi molto più votato all’azione e senza le caratteristiche tipiche di un Dragon Age. La resa dei conti è arrivata nell’ottobre del 2024, quando Dragon Age: The Veilguard ha fatto il suo debutto su PC, PlayStation 5 e Xbox Series X/S. 10 anni di attesa sono davvero tanti, e il rischio di deludere è sempre dietro l’angolo in simili circostanze. E purtroppo è esattamente quanto accaduto.
Guerra agli dei
The Veilguard riparte 10 anni dopo le vicende di Inquisition. Solas, il Temibile Lupo nonché divinità elfica in precedenza parte dell’Inquisizione, si prepara a distruggere il Velo e liberare due temibili esseri divini, Elgar’nan e Ghilan’nain, da lui stesso imprigionati tempo addietro per impedirne l’ascesa al potere stravolgendo il mondo. Dopo un decennio di inseguimenti Varric e Harding individuano Solas nella città di Minrathous, capitale del Tevinter.
Ad accompagnarli c’è Rook, protagonista principale dell’avventura (la cui identità ed aspetto fisico come di consueto nella serie può essere interamente personalizzata dal giocatore) e formidabile combattente assoldato dai due nani come fondamentale sostegno nella loro ricerca.
Una volta incontrata l’investigatrice Neve Gallus, membro dei Draghi Ombra nonché loro principale contatto in città, il gruppo riesce infine a raggiungere Solas nel tentativo di fermare il rituale volto a distruggere il Velo. La missione ha però un esito drammatico: pur impedendo al dio elfico di portare a termine la sua missione, Elgar’nan e Ghilan’nain riescono comunque a fuggire dal Velo mentre Varric resta gravemente ferito.
Solas viene imprigionato in una realtà parallela legandosi alla mente di Rook, il solo che da quel momento in poi potrà interagire con il Temibile Lupo. La situazione è però degenerata: come vendetta per la lunga prigionia subita i due dei scatenano un nuovo Flagello di Prole Oscura evocando i rispettivi Arcidemoni, mettendo nuovamente in pericolo il mondo. Con Varric fuori gioco tocca ora a Rook prendere le redini del gruppo e iniziare la guerra alle divinità elfiche stringendo preziose alleanze con le più importanti fazioni del Tevinter.

Oltre a poter contare su Harding e Neve, Rook recluterà nel suo gruppo altri preziosi compagni: il Custode Grigio Davrin, l’Acrobata del Velo Bellara Lutare, il Corvo d’Antiva Lucanis Dellamorte, il negromante Emmrich Volkarin e la guerriera Qunari Taash. Il gruppo guiderà dunque la battaglia contro gli dei, proteggendo il mondo dalle minacce del nuovo Flagello.
Togliamoci subito il dente: la narrativa, l’evoluzione della storia e la scrittura sono il tasto più dolendete di The Veilguard. In un certo senso sorprende considerato quanto i giochi BioWare, anche quelli meno convincenti, siano da sempre lodati proprio per il modo in cui gestiscono lore, personaggi e mondo di gioco.
Eppure nel quarto Dragon Age sembra mancare tutto questo, intervallato solo in rari casi da momenti più brillanti e coinvolgenti che sembrano quasi ridare speranza, salvo poi affossare tutto poco dopo con evoluzioni frettolose e scambi di battute scritti in maniera superficiale.
La storia in sé partirebbe pure bene, ripartendo dalle questioni in sospeso di Inquisition e con un focus su quel Solas che, con le rivelazioni legate al suo personaggio al termine del predecessore, ha tolto il fiato ai fan della serie desiderosi di capire come si sarebbe poi evoluta la storia da quel momento in poi.

Dopo un inizio promettente, però, The Veilguard perde un poco alla volta la sua carica e l’evoluzione degli eventi prosegue senza reali sussulti per gran parte del tempo, intervallati solo occasionalmente da qualche evento cruciale che da una spinta alla trama per poi rallentare di nuovo.
La sensazione è di essere davanti a un contesto narrativo che sembra sempre restare in superficie, senza scavare nel profondo dei nuovi scenari e protagonisti, pur comunque non snaturando nulla dell’universo di Dragon Age già conosciuto nei giochi precedenti del brand.
Un cast non del tutto convincente
Anche il nuovo cast di personaggi non convince fino in fondo. Non che Rook ed i suoi compagni non abbiano una caratterizzazione ben marcata, anzi: le storie personali di ciascun alleato riescono a regalare qualche momento coinvolgente e pure toccante, ma senza quella marcia in più tipica dei giochi BioWare che spesso ti facevano letteralmente innamorare dei suoi protagonisti e comprimari, talvolta persino delle comparse secondarie ma con un ruolo ben definito.
In tal senso è proprio la debole scrittura a non valorizzare i personaggi, così come tutto il mondo di gioco che li circonda. Dialoghi approssimativi, talvolta persino troppo elementari, impediscono a Rook ed il suo team di brillare per davvero nonostante quel folto cast avrebbe pure tutto ciò che serve per farsi apprezzare (e qualcuno ci riesce eccome, vedi Harding, Lucanis o Davrin con il cucciolo di grifone Assan per fare qualche esempio).
Personaggi come Taash pagano lo scotto di essere pensati appositamente per il “politicamente corretto” sfociando spesso nella forzatura non essendo sostenuti da una caratterizzazione adeguata. Persino la componente finale, quella dove il gioco dimostra qualche sforzo in più, potrebbe essere un’ulteriore prova degli inciampi di BioWare nell’aspetto dove un tempo faceva scuola.

Una BioWare che pesca a pienissime mani dalla fase finale del suo Mass Effect 2 (rendere leali i compagni e scelte cruciali nella missione finale dalle quali dipende la sopravvivenza del gruppo: non vi ricorda per l’appunto la seconda avventura spaziale del Comandante Shepard?) senza però riuscire a replicarne il potentissimo impatto emotivo e di coinvolgimento, arrivando poi a una conclusione abbastanza affrettata.
E la sensazione è che personaggi come Varric e Solas, due dei più importanti mai proposti dalla serie, non siano stati valorizzati come avrebbero meritato. Dragon Age: The Veilgard sembra tutto tranne che un Dragon Age in ottica narrativa. E questo fa male più di qualunque altro suo limite.
Il (non) peso delle scelte
Il suo vero problema, forse ancora più di una trama che non riesce mai davvero a decollare, è il fatto che le scelte non hanno conseguenze davvero evidenti e tangibili. E trattandosi di un gioco BioWare dove hanno sempre avuto un significato (come ben insegnano i precedenti Mass Effect e Dragon Age senza necessariamente scomodare altri suoi classici come i primi Baldur’s Gate e Star Wars: Knights Of The Old Republic), questo è forse il peccato più grande che The Veilguard potesse commettere.
Perché sostanzialmente per la larga maggioranza dell’avventura le scelte che vengono compiute non hanno reale impatto sul party o sul mondo di gioco: si tratta nella maggior parte dei casi di alternative che hanno conseguenze limitate, tipo allontanare momentaneamente un membro del party oppure conferirgli una differente caratterizzazione in battaglia, oltre a dare accesso a una diversa serie di dialoghi. Ma la sensazione è che in quei pochi bivi che si presentano, scegliere una via o l’altra, questa o quella risposta, nella sostanza non ha nessun concreto valore.
Persino le Romances, le relazioni sentimentali con uno qualunque dei comprimari (stavolta è possibile per davvero intraprendere storie amorose con tutti i nostri compagni senza alcun tipo di limitazione dato dal genere o dalla razza scelta per il nostro personaggio), appaiono più annacquate rispetto agli standard degli altri Dragon Age, mentre la caratterizzazione del nostro Rook rischia spesso di essere monodimensionale: in pratica le tante scelte a disposizione nei dialoghi mantengono il più delle volte toni pacati per quanto possibile, ma ad esempio non si riesce mai ad essere davvero estremi, egoisti o crudeli nelle risposte e nelle azioni.

Insomma, nulla a che vedere con la libertà di scelta data da un Dragon Age: Origins o dalla trilogia di Mass Effect: spesso The Veilguard sembra seguire in maniera pedissequa dei binari ben predisposti senza mai deragliare. Ne consegue che è praticamente impossibile compromettere i rapporti con i compagni instaurando alla fine legami solidi con ciascuno di loro.
Nessuno chiedeva per forza la profondità dei primi Dragon Age dove un compagno diffidente non solo serbava rancore nei nostri confronti ma poteva anche arrivare a tradirci o abbandonare il gruppo se il rapporto diventava irrimediabilmente compromesso (magari appunto attraverso una scelta molto scomoda), ma The Veilguard sembra praticamente fare l’esatto opposto ed a quel punto viene meno la sensazione di “giocare di ruolo” che dovrebbe essere alla base dell’opera.
L’unico momento in cui The Veilguard sembra essere effettivamente un Dragon Age è proprio nella sua fase finale, dove le decisioni che prenderemo così come le lealtà costruite nel corso dell’avventura possono per davvero avere conseguenze più o meno tangibili. Certo, come detto prima BioWare ha in questo caso ricopiato da Mass Effect 2, ma se non altro qui le conseguenze delle nostre mosse avranno un peso già più tangibile. Non bisogna però aspettarsi chissà quali miracoli, purtroppo The Veilguard in tal senso è già compromesso e non riesce a risollevarsi restando una profonda delusione narrativa e ruolistica.
Un Dragon Age molto diverso
Se già c’è molta amarezza nel modo in cui sono stati gestiti narrativa, scrittura e peso delle scelte compiute, cosa aspettarsi dal gameplay nudo e crudo? Anche qui il discorso non è semplice, visto che The Veilguard compie tante piccole rivoluzioni pure in questo senso. Il quarto capitolo della serie, infatti, compie una virata ancora più marcata verso l’azione, che appare ora molto più fluida ed intensa rispetto agli standard della serie, sacrificando però al tempo stesso buona parte degli elementi ruolistici tipici di un Dragon Age.
Non che non ci siano, e lo sviluppo del personaggio resta sempre ampiamente legato a punti esperienza e sofisticati alberi delle abilità che chiaramente ci portano a prendere delle scelte ben definite su quali tipi di poteri attivi e passivi far apprendere a Rook.
La sensazione tuttavia è che la componente Action prende spesso il sopravvento su quella RPG per dare vita a un nuovo stile che potrebbe non incontrare i favori di tutti gli appassionati della serie, nonostante per come sia impostato risulti anche più divertente ed immediato rispetto a quanto visto in Inquisition o nel secondo capitolo, che già ai loro tempi si erano allontanati dall’anima ruolistica e tattica alla base di Origins.
E bisogna dire che soprattutto nelle prime ore di gioco questo rinnovato sistema di combattimento più votato all’azione funziona pure bene, complice una buona varietà nel bestiario da affrontare, Boss coriacei che richiedono un minimo di strategia nell’approccio ed i diversi poteri a disposizione che con le giuste combinazioni possono dar vita ad offensive devastanti.

Anche il supporto dei compagni è fondamentale considerato che le loro rispettive abilità, usate all’unisono con i poteri di Rook, possono dare ulteriori vantaggi cruciali in combattimento, anche solo per sbilanciare più velocemente i nemici e finirli poi con un’esecuzione, oppure con il nostro colpo speciale da sfoderare una volta riempita l’apposita barra.
Ma ecco qui un altro inghippo: questa volta avremo il controllo diretto del solo protagonista, con i compagni di squadra che agiranno in maniera indipendente e con solo la possibilità di ordinare loro quale potere utilizzare. Si tratta della stessa impostazione già usata da sempre in Mass Effect ma che compare per la prima volta in un Dragon Age, serie che con le sue precedenti iterazioni ci permetteva di usare liberamente in battaglia uno qualunque dei personaggi senza necessariamente essere legati al solo eroe principale.
E con il passare delle ore il pur ben collaudato sistema di combattimento inizia in parte a vacillare, complice una certa ripetitività nei nemici da affrontare e di situazioni già affrontate a più riprese nelle fasi precedenti dell’avventura. Questo non significa che il gioco perda improvvisamente tutto il suo mordente, anzi molti dei Boss avanzati continuano a regalare una sfida genuina e pattern unici, tuttavia dopo un inizio promettente The Veilguard sembra quasi giacere sugli allori senza più premere a fondo sull’acceleratore.
Se non altro The Veilguard si è finalmente spogliato di alcuni dei limiti più discutibili del suo predecessore: adesso non si è più obbligati a dover completare in massa dimenticabili missioni secondarie per ottenere i “Punti Inquisizione” necessari per avanzare nella storia principale come accadeva in Inquisition, ma si è totalmente liberi di affrontare gli incarichi che preferiamo, principali o secondari che siano, senza che sia il gioco stesso ad imporci cosa fare.
Se dunque uno vuole dare priorità alla Main Quest, ora può nuovamente farlo. Ciò comunque non toglie che fare le attività secondarie resti utile non solo per potenziare il party, ma anche e soprattutto per prepararci al meglio in vista del gran finale risolvendo le questioni personali dei nostri alleati e potenziando le singole fazioni del Tevinter in modo così da averle pronte in vista delle fasi conclusive dell’avventura.
Main quest e sub quests
Detto questo, è chiaro che non tutte le Subquest siano di gran qualità, con diversi incarichi che si riducono ad essere delle mere fetch quest che annoiano velocemente oppure robe sbrigative di cui ci si dimentica due secondi dopo. Altre però risultano un po’ più elaborate e piacevoli da fare, in particolare quelle legate ai compagni di viaggio che godono di una maggior cura risultando quindi più godibili.
Per quanto riguarda invece la Main Quest, ci sono un po’ di alti e bassi: quando si affrontano le missioni cruciali The Veilguard riesce a dare effettivamente il meglio di sé presentando incarichi ben strutturati e scenari sorretti da un buon level design, ma in diversi altri casi si procede senza grossi sussulti con quest piuttosto generiche senza troppo mordente.
Altra differenza evidente è la struttura degli scenari, che lasciano perdere le grosse mappe a mondo aperto di Inquisition per lasciare spazio a macro-aree e livelli dalla struttura lineare pur garantendo comunque una buona dose di esplorazione. Setacciare ogni ambientazione in lungo e in largo si rivela molto prezioso considerati i tanti tesori nascosto che aspettano di essere trovare, regalando spesso preziose ricompense per l’equipaggiamento di protagonista ed alleati.
A conti fatti questa impostazione funziona meglio rispetto alle mappe molto più grandi ma al tempo stesso anche più inconsistenti di Inquisition, rivelandosi in tale ottica meglio bilanciato e di conseguenza più godibile.

È chiaro dunque che in ottica puramente ludica The Veilguard ha qualche freccia al suo arco, dimostrando una direzione magari meno ambiziosa ma che al tempo stesso va dritta al sodo senza perdersi in troppi fronzoli. Ciò però non significa che tutti i suoi contenuti siano di valore: capita ancora spesso di perdersi in missioni dal dubbio impatto ed attività secondarie poco stimolanti che non permettono al gioco di spiccare per davvero il volo nemmeno in quest’ottica.
Ed i fan storici di Dragon Age devono essere pronti: anche per gameplay The Veilguard è un qualcosa di molto diverso rispetto agli standard tipici del brand, ed il rischio di restare delusi anche da questa componente è concreto, soprattutto considerato che sono necessarie diverse decine di ore per approfondire tutto a dovere e non è detto che chiunque sia ben disposto a spendere così tanto tempo in un gioco che solo in alcuni casi riesce a brillare ed in troppi altri rischia di lasciare l’amaro in bocca.
Concentrarsi sulla sola trama principale (ma con il rischio di andare incontro al Bad Ending) porta via una ventina di ore circa, destinate ad aumentare considerevolmente concentrandosi anche sulle attività collaterali. I continui alti e bassi dell’avventura, però, potrebbero non dare reale valore al tempo stesso in compagnia di Rook e dei suoi amici.
Non doveva essere un dark fantasy?
È ormai perfettamente chiaro che The Veilguard ha preso fortemente le distanze da ciò che rappresentavano i vecchi Dragon Age, e ciò si riflette di conseguenza anche sulla sua direzione artistica e sulle atmosfere, dal sapore ben diverso rispetto a quanto ci si aspetterebbe dalla serie BioWare.
Di fatto l’impostazione dark fantasy che aveva fatto la fortuna del brand non c’è più, quantomeno non con la forza ben nota ai fan. Tutto appare dai toni più standard e semplici, a partire da un Character Design che a tratti sembra ricordare più un Hero Shooter (del resto nelle sue prime fasi di concept il quarto Dragon Age era stato pensato come un gioco multiplayer) anziché il Dragon Age dai toni crudi e maturi a cui i predecessori ci avevano abituati anche nella caratterizzazione estetica dei personaggi.
Attenzione però, ciò non è necessariamente un male: la nuova direzione ha comunque il suo fascino ed ogni personaggio gode di una personalità visiva unica e ben marcata che non passa inosservata. Non è tutto oro quel che luccica però, alla luce di alcune scelte estetiche molto discutibili (come lo stravolgimento visivo dei Qunari, razza che in passato incuteva timore solo alla vista ed ora fin troppo umanizzata nell’aspetto) e una certa mancanza d’ispirazione nel design di armature e vestiti (in alcuni casi sembrano uscire più da una sfilata di moda che da un’avventura fantasy).
A brillare maggiormente è però la direzione artistica applicata al mondo di gioco, forse il più variegato ed evocativo mai offerto fin qui dal brand. In tal senso va riconosciuto a BioWare di averci messo impegno e dedizione nel realizzare scenari ricchissimi di particolari e che offrono ciascuno uno stile unico e ben definito: dal Faro come nostro hub centrale fino ai centri abitati, passando poi per tutte le più importanti location del gioco, ogni ambientazione fa tesoro delle proprie peculiarità regalando anche una certa dose di coinvolgimento durante l’esplorazione.

Il tutto è poi sorretto da un comparto grafico che, pur senza magari spingere al massimo le potenzialità delle attuali console, si difende comunque benissimo: tutto scorre fluido su schermo e senza lasciare spazio a qualunque problematica tecnica, con un framerate stabile ed ottimi effetti visivi. Pregevole anche la cura riposta nelle animazioni di ciascun personaggio, che si presenta credibile nei movimenti ed espressivo nei volti.
A sorpresa, invece, è l’accompagnamento musicale a non lasciare il segno come sperato, presentando una colonna sonora che fatica a farsi ricordare e che sembra condividere poco della magnificenza di alcune musiche iconiche dei predecessori. Sembrano lontani i tempi in cui i vecchi Dragon Age ci deliziavano con brani da pelle d’oca come “I Am The One”, “Rogue Heart” o la Main Theme di Inquisition, con The Veilguard che non riesce ad offrire nulla di analogo nemmeno con il suo brano principale in sottofondo nel menù di apertura.
Peccato perché per il resto il lato sonoro funziona, graziato da un ottimo doppiaggio per ciascun personaggio e una recitazione consona ad ogni tipo di contesto e situazione narrativa. Preso nel suo insieme tutto il lato audiovisivo non riesce davvero a spiccare il volo alternando aspetti più ispirati ad altri sottotono. Più di tutto pesa la mancanza di quelle atmosfere dark da sempre sinonimo di Dragon Age e che in The Veilguard si avvertono soltanto a tratti. Anche qui sicuramente la fallace scrittura non ha permesso al mondo di gioco di risaltare in tal senso, venendo penalizzata a sua volta.
Dopo un decennio si poteva (e doveva) fare di più
Parlare di Dragon Age: The Veilguard non è affatto semplice. Stiamo pur sempre davanti al nuovo capitolo di una serie ferma da almeno un decennio e il cui ritorno è stato atteso con forte impazienza da chi con l’opera BioWare ci è cresciuto nel corso degli anni. Ed aver aspettato ben 10 anni per poi ritrovarsi davanti a un’opera dall’identità incerta, schiacciata da così tante problematiche e contraddizioni, fa davvero male.
Ora intendiamoci, la serie di Dragon Age non è mai stata un esempio di pura eccellenza nel corso di tutta la sua storia. Dopo gli inizi con l’indimenticabile Origins le due iterazioni successive sono state a loro volta dei giochi dalla qualità non sempre concreta: sia Dragon Age II che Inquisition alternavano grandi idee ad inciampi anche piuttosto gravi che non hanno permesso loro di esprimere al massimo il proprio potenziale, riuscendo comunque a dimostrare qualità ben marcate che hanno permesso loro di farsi apprezzare.
Il problema di The Veilguard è che sostanzialmente non c’è nulla che riesca davvero a brillare, quantomeno non con una forza tale da riuscire ad andare oltre le sue grosse limitazioni. Perché se è vero che ogni tanto si intravede qualche sprazzo di grandezza nell’ultima fatica di BioWare, quei pochi momenti di valore vengono poi sommersi da un concentrato piuttosto preoccupante di problemi, mancanza di idee, occasioni mancate e superficialità che si rivela micidiale nel senso più negativo del termine.
Dover constatare che The Veilguard è un fallimento di narrativa e scrittura è già sufficiente per considerarlo una delusione, considerato che questo è da sempre l’elemento vincente della serie anche quando non si è dimostrata al massimo della forma. Qui invece il grosso delle scelte nemmeno ha una reale rilevanza se non proprio nella parte finale dell’avventura (non a caso quella meglio strutturata dell’opera), ad ulteriore prova di come qualcosa è andato inesorabilmente storto nella direzione data al progetto.
Il punto però è che The Veilguard non riesce a convincere davvero in nessuno dei suoi elementi. Il gameplay, ora molto più votato all’azione, in alcuni casi avrebbe pure qualche aspetto convincente, che si tratti di un ritmo di gioco fluido e ben sostenuto oppure di una struttura di missioni principali e scenari più compatta ed efficace rispetto a quanto visto ad esempio in Inquisition.
Anche il focus sull’esplorazione regala qualche soddisfazione e il fatto di poter scegliere liberamente che tipo di incarichi seguire, principali o secondari che siano, senza alcun vincolo (problema evidente invece nel predecessore) è di certo un altro punto a vantaggio. Non si può però ignorare una netta semplificazione dell’azione, del party e della componente ruolistica che a lungo andare si avverte con più forza lasciando spazio alla monotonia.
Ma nemmeno in termini audiovisivi è tutto rose e fiori: le musiche non riescono a lasciare il segno e le atmosfere, abbandonato lo stile dark fantasy che ha sempre caratterizzato Dragon Age, ora sono molto meno coinvolgenti ed immersive. Se non altro la direzione artistica esercita un certo fascino dando unicità ad ogni singola ambientazione presente nel gioco.
Il punto però è che Dragon Age: The Veilguard doveva segnare il grande ritorno in scena non solo del brand ma anche della stessa BioWare, che ancora doveva dimostrare di essersi ripresa dal grave fallimento di Anthem di qualche anno fa. E invece The Veilguard ha gettato soltanto ancora più dubbi ed ombre su quello che una volta era uno degli studi più amati e rispettati dagli appassionati, nonostante non tutto ciò che offre sia da buttare.
Forse è tempo di accettare che la BioWare di oggi è ben diversa da quella che ha fatto impazzire milioni di appassionati con i primi Baldur’s Gate, con Star Wars KOTOR, con Jade Empire, con la trilogia originale di Mass Effect e per l’appunto con Dragon Age Origins. La BioWare di oggi ci consegna una delle più grandi e cocenti delusioni della generazione attuale ed è davvero difficile al momento essere ottimisti verso il suo futuro.
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