Dynasty Warriors Origins recensione: il nuovo inizio dei Musou
I Musou, una tipologia di giochi Action incentrata sull’affrontare gigantesche orde di nemici usando in genere un singolo personaggio alla volta, sono un genere ormai storico ma che negli anni ha sempre faticato a conquistare i favori di un pubblico di massa.
La sua natura di base fortemente ripetitiva e una certa mancanza di evoluzione nei suoi concept lo ha relegato ad essere un genere di nicchia tuttavia spesso criticato anche a causa dell’eccessiva abbondanza di produzioni pubblicate nel corso del tempo che però molto spesso differivano tra loro soltanto per il brand trattato (anche su licenze come The Legend Of Zelda, Fire Emblem, Gundam, One Piece e Ken il Guerriero) e non per i loro effettivi contenuti.
Dynasty Warriors è il nome per eccellenza essendo colui che ha dato il via al filone agli inizi degli Anni 2000, ponendosi come uno dei brand più importanti di Koei (oggi Koei Tecmo) e dello sviluppatore Omega Force, andato avanti per tantissimi episodi principali e pure numerosi spin-off, ma da sempre è accusato di non essersi mai davvero evoluto. E quando ha provato a farlo, ad esempio con una svolta Open World con il relativamente recente Dynasty Warriors 9, i risultati non sono stati quelli sperati.
Ma forse con la sua ultima iterazione, Dynasty Warriors Origins, qualcosa si è finalmente mosso nella giusta direzione. Pur senza attuare nessuna vera rivoluzione, l’ultimo arrivato su PC e console mette in campo alcuni cambiamenti significativi che gli hanno permesso di lasciare un segno finalmente più profondo rispetto alle ultime iterazioni del brand, e pur senza eliminare alla radice i suoi storici problemi si dimostra il giusto punto di ripartenza per una serie che aveva assoluto bisogno di trovare una nuova direzione.
Un Dynasty Warriors come non lo avete mai visto
Come tutte le precedenti iterazioni del brand, le vicende di Dynasty Warriors Origins sono basate sull’iconico capolavoro letterario cinese Il Romanzo dei Tre Regni, sebbene in quest’occasione Koei Tecmo ed Omega Force abbiano trattato solo la prima parte dell’opera letteraria.
Nonostante la presenza di numerosi condottieri storici e figure chiave della serie come Liu Bei, Cao Cao, Guan Yu, Sun Jian, Zhang Fei e il temibile Lu Bu, Origins segue un approccio completamente diverso rispetto al passato ruotando tutto attorno alla figura di un singolo personaggio, un vagabondo senza nome (glielo potremo assegnare a inizio partita) protagonista principale della vicenda e soprattutto il solo personaggio direttamente sotto il contro del giocatore.
Già questa scelta segna un enorme punto di rottura con il passato e la tradizione dei Musou, che ci mettono sempre nei panni di personaggi multipli da sbloccare un poco alla volta avanzando nel gioco: controllare un singolo personaggio può appare una mossa molto azzardata per i fan del genere, che non potranno dunque fare affidamento sui multipli stili di combattimento che solitamente hanno caratterizzato i folti roster dei precedenti Dynasty Warriors.

Tuttavia, questa mossa seppur controversa si rivela al contrario una decisione più intelligente di quanto si possa immaginare: concentrarsi su un singolo eroe, infatti, ha permesso ad Omega Force di adattare il gameplay di conseguenza dandogli una profondità e una varietà superiore a tanti altri Dynasty Warriors visti nei decenni.
Eccoci dunque alle prese con un sistema di combattimento ricchissimo di attacchi, combo e personalizzazioni, dai ritmi così intensi da sembrare quasi uno Stylish Action sul modello di Devil May Cry e Bayonetta, con la possibilità inoltre di sbloccare numerose tecniche aggiuntive per il personaggio e le armi a sua disposizione.
A tal proposito ci sono 9 tipologie di armi diverse su cui fare affidamento, da sbloccare un poco alla volta avanzando nell’avventura. Non si tratta magari di un armamentario molto vasto ma ciò ha permesso agli sviluppatori di dare una profonda unicità a ciascun equipaggiamento a disposizione che gode così di proprie combo, attacchi leggeri e pesanti, ed attacchi speciali con consumo di MP.

La vastità di queste opzioni spinge dunque a sperimentare costantemente ogni arma, che un poco alla volta progredisce permettendo non solo di sbloccare ulteriori tecniche, ma anche di far salire di livello il nostro eroe rendendolo sempre più forte in combattimento.
Ciò che ne consegue sono dunque battaglie dall’alto tasso di spettacolarità e coinvolgimento in maniera ancora più intensa rispetto al passato, e sebbene sul lungo andare il problema ripetitività da sempre intrinseco dei Musou tenda ad emergere (i combattimenti alla fine si svolgono sempre alla stessa maniera), il combat system più sofisticato del solito aiuta a smorzare maggiormente questa sensazione andando tutto a vantaggio del giocatore e del suo coinvolgimento, il che non è affatto poco dato il genere.
Una narrativa che rompe con il passato
Un altro punto di rottura con il passato è dato anche dalla narrativa, che ha una presenza più massiccia rispetto al solito con un’abbondanza di dialoghi e filmati inusuale per un Dynasty Warriors. Si possono persino raggiungere vari finali multipli considerato che ad un certo punto della storia dovremo decidere con quale esercito schierarci dando vita a sequenze ben diverse tra loro.
La buona caratterizzazione dei personaggi principali ed il carisma che emanano alcune di queste figure sono sufficienti per farsi apprezzare dai fan, sebbene Dynasty Warriors Origins non abbia comunque una trama chissà quanto brillante e sofisticata.

Forse si poteva puntare con maggior forza sulla figura del protagonista e le sue misteriose origini, non adeguatamente approfondite e significative: una maggior cura in questo specifico aspetto, rendendolo più centrale all’interno dell’intera vicenda, avrebbe forse potuto dare una marcia in più al gioco anche su questo fronte.
Battaglie Titaniche
La sostanza di Dynasty Warriors Origins è sempre la medesima: ampie battagli su mappe articolate con avamposti da conquistare e generali avversari da sconfiggere nel frattempo che si fa una strage di soldati lungo il cammino, affrontando vere e proprie orde di nemici da sconfiggere in massa con combo ed attacchi potenti ben assestati. Solo però che Origins in questo senso ha voluto fare le cose veramente in grande sfruttando le possibilità tecnologiche date dalle piattaforme di attuale generazione.
Ciò si traduce di conseguenza in campi di guerra che sono letteralmente sommersi da un oceano di soldati, e si può tranquillamente superare anche il migliaia di nemici sconfitti in alcune missioni principali. In alcuni momenti ci sono così tanti soldati su schermo che praticamente riempiono l’intero scenario generando il caos più totale, dove delle volte anche solo effettuare una combo o un colpo potente ben assestato può eliminare in un attimo anche centinaia di avversari. Omega Force non si è posta davvero alcun limite mettendo in scena scontri che, soprattutto all’inizio, impressionano per la quantità di personaggi che appaiono tutti insieme nello stesso momento, spingendo i Musou oltre limiti mai visti prima d’ora.
E nonostante questi numeri allucinanti, il gioco riesce comunque a non rivelarsi mai troppo confusionario complice una telecamera ottimamente implementata e il lock-on su bersagli specifici che ci consente di tenere sempre traccia dei nostri obiettivi in combattimento. Certo, alcune sequenze sono davvero fin troppo esagerate ed il rischio di perdere l’orientamento resta comunque, tuttavia è innegabile che questo tipo di approccio rende Dynasty Warriors Origins unico nella sua serie di appartenenza, portando a livelli di azione e coinvolgimento ancora più intensi rispetto al passato.

Da dire poi che, in termini di difficoltà, la produzione Koei Tecmo si mantiene bilanciata, senza mai risultare troppo semplice ma al tempo stesso senza mai generare frustrazione o rivelarsi punitiva. Origins è alla portata di chiunque e una volta padroneggiato il suo sistema di combattimento (e non ci vorrà troppo) diventa molto intuitivo ed immediato. L’importante è sempre tenere a mente gli obiettivi di ciascuna missione in modo così da avere sempre chiaro quale direzione seguire, quali alleati aiutare e quali percorsi seguire per arrivare alla vittoria più velocemente.
Come accennato in precedenza, l’unico reale problema di Origins resta quello tipico dei Musou, una ripetitività che ad un certo punto si farà sentire. Essendo totalmente incentrato su combattimenti e battaglie su vastissima scala, l’opera Omega Force mostra molto presto tutto ciò che ha da offrire, e sebbene le missioni principali offrano ogni tanto obiettivi diversi dal solito oltre a situazioni più intense con sotto-obiettivi da portare a termine per trarne preziosi vantaggi, la sostanza resta sempre la medesima con poche variazioni.
In tal senso non aiuta troppo la longevità complessiva del gioco, che per una prima run può richiedere anche una trentina d’ore per arrivare ai titoli di coda seconda contare eventuali replay per seguire le altre route narrative. Una minor durata in questo caso avrebbe forse fatto bene valorizzando ancora di più le novità ed i cambiamenti pensati per Origins, rendendolo ancora più godibile di quanto comunque è.

E sebbene molti fan di lunga data potrebbero storcere il naso di fronte a un singolo personaggio giocabile, approfondendo il gioco diventa poi chiaro che questa mossa è stata forse la migliore decisa dagli autori per dare una marcia in questo a questo nuovo viaggio bellicoso: un ricco cast come negli altri Dynasty Warriors, ma senza la varietà in termini di combat system messa a punto in questa circostanza, avrebbe forse intensificato ancora di più le sensazioni di ripetitività alla base dell’opera.
Ad ogni modo in alcune circostanze si viene comunque affiancati da alcuni alleati, prendendone momentaneamente il controllo una volta riempita l’apposita barra e scatenando così una potenza devastante che in molti casi può anche cambiare le sorti di una battaglia.
E se comunque la ripetitività non vi spaventa, nella World Map liberamente esplorabile ci sono anche varie missioni ed attività secondarie utili per accumulare ulteriori punti esperienza così come nuove abilità e risorse economiche da spendere poi nei mercati dei centri abitati per acquistare armi sempre più potenti. Vale dunque la pena cimentarsi con queste sfide minori quando è necessario accumulare denaro o raggiungere il livello d’esperienza consono per finire con successo il prossimo incarico principale.
Quando la grafica non è tutto
Ciò che impressiona ulteriormente di Dynasty Warriors Origins è che tutto il delirio che si vede su schermo con centinaia di personaggi presenti nello stesso momento non va praticamente mai ad influire sulla fluidità del gioco, che si mantiene di fatto intatta anche nelle fasi più estreme. Ora, il titolo Omega Force non è certo il gioco visivamente più all’avanguardia che si può trovare in questa generazione, anzi appare in realtà abbastanza nella norma nonostante le ottime animazioni che caratterizza ogni figura su schermo.
Tuttavia Dynasty Warriors è un gioco in cui il “graficone” non è affatto un elemento cruciale, di sicuro non quanto un framerate stabile ed una fluidità granitica. L’ultimo Dynasty Warriors dimostra esattamente tutto questo e colpisce il fatto che non abbia mai un reale momento d’incertezza anche nelle fasi più intense, a conferma del grandissimo lavoro di ottimizzazione svolto dagli sviluppatori per far funzionare correttamente il gioco. Toh, c’è giusto qualche rarissimo e minimo calo di framerate quando proprio si presentano oceani umani su schermo, ma sono talmente piccoli ed impercettibile che quasi non si notano.
Poi è vero, gli scenari non abbondano magari per dettagli e tendono tutti ad assomigliarsi tra loro, senza contare l’inevitabile continuo riciclo di asset e modelli poligonali, ma questi compromessi si accettano volentieri di fronte a un’azione che non mostra mai un’incertezza in termini di ritmo. A tutto questo si aggiunge un accompagnamento musicale in linea con lo stile della serie, con brani rock in sottofondo che rendono ancora più intensi gli scontri oltre a qualche sottofondo più orchestrale e rilassato nei momenti esplorativi o narrativi, dando così vita a un connubio unico.

Splendida in particolare la Main Theme, che conquista subito con i suoi toni epici ed emozionanti. Per quanto riguarda il doppiaggio, presente sia in inglese che in giapponese (ma niente cinese nonostante il contesto), in entrambi i casi il lavoro svolto è dignitoso pur senza strafare, ma quanto basta per dare una caratterizzazione ancora più marcata a ciascun personaggio.
Il nostro eroe tecnicamente non parla, può dare qualche risposta alternativa nei dialoghi (che però ha un impatto sostanzialmente superfluo nelle conversazioni) e si esprime più chiaramente soltanto in battaglia. Impostato in questo modo, purtroppo, diventa più difficile sentirsi coinvolti dalla sua storia personale e dalle sue motivazioni, rivelandosi una figura un po’ anonima.
Il punto di ripartenza
Dynasty Warriors Origins non rivoluziona in senso stretto la sua storica serie di appartenenza ma è senza dubbio il suo punto di ripartenza, l’inizio di un nuovo percorso che potrebbe un poco alla volta portare ai Musou quella freschezza e quelle nuove idee che cercano da tantissimo tempo ma spesso invano.
L’ultima iterazione dello storico brand targato Koei Tecmo mette in atto molte scelte coraggiose e potenzialmente controverse per il genere, su tutte un maggior focus su trama e dialoghi (non sempre però di gran livello) e soprattutto l’addio ai personaggi giocabili multipli per concentrare tutto il focus su un singolo eroe, ma di conseguenza i ragazzi di Omega Force hanno potuto mettere in campo un sistema di combattimento molto più ricco e sofisticato, fatto magari di poche armi ma tutte con una loro precisa ed approfondita caratterizzazione che vale la pena approfondire.
Ciò che ne consegue è uno dei Dynasty Warriors più ricchi e divertenti mai concepiti, che impressiona anche per l’incredibile numero di nemici su schermo tutti in contemporanea, gigantesche orde fatte di centinaia di nemici che però si muovono fluidi su schermo e senza praticamente cali di ritmo. I numeri lasciano a bocca aperta letteralmente, e la spettacolarità delle battaglie campali dona indubbiamente una marcia in più al gioco.
Persistono però gli storici problemi di ripetitività tipici dei Musou, e le mappe per quanto ben disegnate tendono spesso ad assomigliarsi non solo esteticamente ma anche in design. Senza contare che alcuni cambiamenti messi in atto per questo decimo gioco principale potrebbero non incontrare i favori degli appassionati di lunga data.
Tutto questo però non toglie che Dynasty Warriors Origins sia uno dei migliori Musou mai realizzati fin qui da Omega Force, e non è poco considerati i tantissimi giochi realizzati con il passare degli anni. La speranza è che per una futura nuova iterazione si riparta dalle solide basi gettate in quest’occasione, permettendo così al brand di raggiungere vette qualitative ancora più alte.
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