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Ferrari Film Recensione

Ferrari Recensione: il film che segna il ritorno di Michael Mann

Otto anni dopo Blackhat, Michael Mann torna alla regia con Ferrari, film inseguito per gran parte della sua carriera: la recensione

Dopo averlo inseguito quarant’anni, con i primi tentativi risalenti agli anni 90 con Robert De Niro, e a quasi un decennio dall’ultimo lungometraggio, il criminalmente sottovalutassimo Blackhat del 2015 (qui la recensione del Blu-Ray 4K di Blackhat), Michael Mann firma l’ennesimo capolavoro della sua carriera con Ferrari: secondo (anti)biopic dopo Ali (2001), il film offre nella sua assoluta soggettività una nuova variazione sul tema principale dell’ipertesto dell’autore di Chicago, ovvero il tempo, o meglio la sua mancanza, il suo eterno fuggire, il suo costante mancare.

Tra la megalomania di Vincent Hanna e la fretta del fare di Neil McCauley, i due protagonisti di Heat che volevano tutto sia nel privato che nel professionale ma che, nell’attraversare il mondo, scoprivano a proprie spese che c’è sempre un sacrificio da compiere, ma anche come il Muhammad Ali di Will Smith messo di fronte alle incombenze della collisione tra il privato e il pubblico, l’Enzo Ferrari è l’ennesimo antieroe manniano sconfitto dal tempo (da dove pensate che venga il cinema dell’uberfan Christopher Nolan, regista di Oppenheimer?) e dall’amore.

Come in tutti i film di Michael Mann sarà l’amore la grande sconfitta del protagonista (interpretato da un titanico Adam Driver e ripreso dal regista più come un idolo religioso, un simbolo, che come un individuo, perché i personaggi manniani sono sempre la sineddoche di qualcos’altro di più ampio, la parte isolata di un tutto irraggiungibile), per il quale il sentimento, sacrificato sull’altare dell’ambizione e nella ricerca della perfezione agli occhi del mondo, tornerà a chiedere il conto.

Come se, nella concezione antropocentrica dell’universo del cinema manniano, un universo in cui gli dei non possono che cadere dai loro cieli (Ali, Nemico Pubblico) la realtà del cuore e dei legami tra individui fosse sempre destinata ad avere la meglio contro la brama che muove gli affamati protagonisti, come se la volontà degli uomini fosse destinata a schiantarsi contro i muri della realtà (del resto “due oggetti non possono occupare lo stesso punto nello spazio nello stesso momento”, come dirà Ferrari, quasi un contrappunto ad uno dei temi cardine di Blackhat, nella quale la realtà fisica lasciava posto a quella digitale).

Ferrari, non fermarsi mai

In Ferrari tutto va veloce, tutto corre: come correva giù per le scale Al Pacino nei minuti finali di Heat, come correva Colin Farrell lontano dall’amore della sua vita Gong Li nel finale improvviso di Miami Vice, come correva Johnny Depp nell’elencare i punti salienti della sua vita criminale per sedurre in poche battute Marion Cotillard nel film Nemico Pubblico, come correvano Chris Hemsworth e Tang Wei di fronte al dolore per la perdita di Leehom Wang in Blackhat, così Ferrari corre senza sosta, mai pago, allo scopo di riparare la sua esistenza privata attraverso il successo nell’ambito pubblico. Un’utopia, ovviamente, una ‘terribile gioia’, un sogno irraggiungibile anche se al volante del bolide più roboante che la più precisa e avveniristica delle magie ingegneristiche possa concepire.

Un’illusione dentro la quale Mann ci trasporta rinunciando a qualsiasi oggettività, a qualsiasi orpello da biopic, a qualsiasi delle tante trappole delle regole del genere: la visione in prima persona diventa non tanto la ricostruzione del Mondo e della Storia quanto la percezione di un mondo e di una storia, quella di un uomo senza più tempo. E a nulla servono le celebri sospensioni manniane, i timbri coi quali l’autore prova sempre a rallentare la corsa dei suoi protagonisti verso lo schianto contro il proprio destino, dai ralenti sottili e quasi impercettibili ai primi piani istintivi, furenti, le pause musicali di gusto infinito, timbri di cui Ferrari è colmo quasi a voler bilanciare lo schizzare del contachilometri delle auto da corsa.

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Adam Driver in Ferrari

Perché chi va più veloce di tutti in Ferrari è Ferrari stesso, Ferrari l’uomo, il marito fedifrago, l’amante assente, il padre in lutto, l’imprenditore visionario, il commendatore, il sognatore solitario, il protagonista funebre dell’opera più funerea del regista. Ferrari che sogna i morti come i morti sognava Vincent Hanna, Ferrari che passa per il mausoleo della sua vita e va a trovare un figlio morto tenendo per mano un figlio vivo (due corpi nello stesso spazio). Ferrari il manniano che, come tutti i personaggi nei film dell’autore, vorrebbe poter vedere dove sta andando ma che è condannato ad avanzare alla cieca. E destinato a schiantarsi. E che comunque sceglie di non fermarsi mai.

VOTO: 5/5

Matteo Regoli

critica i film, poi gli chiede scusa si occupa di cinema, e ne è costantemente occupato è convinto che nello schermo, a contare davvero, siano le immagini porta avanti con poca costanza Fatti di Cinema, blog personale

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