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Final Fantasy VII Rebirth Recensione

Final Fantasy VII Rebirth Recensione: il viaggio di Cloud si fa indimenticabile

Il remake di Final Fantasy VII prosegue con Rebirth, un secondo capitolo incredibile, coraggioso e talvolta pure incosciente: la recensione

Le urla degli spettatori, l’incredulità, una gioia condivisa, emozioni indescrivibili. Eravamo alla conferenza Sony dell’E3 2015: fu quello il palcoscenico scelto da Square Enix per presentare al mondo il remake di Final Fantasy VII tanto sognato, tanto desiderato ma che sembrava destinato a non divenire mai realtà. E invece Cloud Strife, Sephiroth e tutto il loro mondo stavano per tornare in una veste completamente nuova, facendo riscoprire agli appassionati di videogiochi uno dei JRPG più importanti di ogni epoca.

Tuttavia, il progetto era comunque enorme ed ambizioso, forse pure troppo per essere racchiuso in un singolo gioco. Le mire di Square Enix andavano oltre ogni portata, motivo per cui Final Fantasy VII Remake venne trasformato in una trilogia pronta a reinterpretare da cima a fondo gli eventi del capolavoro originale del 1997.

E quando la prima parte di Final Fantasy VII Remake divenne realtà nel 2020, era chiaro che quel “Remake” in fondo al titolo gli andasse, forse, un po’ stretto, risultando addirittura fuorviante: quanto messo in piedi dalla compagnia nipponica era una vera e propria reinterpretazione degli eventi originali che non aveva paura di prendere una direzione propria, estremamente coraggiosa ma altrettanto rischiosa.

Anche per questo Final Fantasy VII Remake ha finito con il dividere in due i fan, per via di quel controverso epilogo che sembrava stravolgere ogni certezza. Ma Final Fantasy VII Remake è comunque un bel gioco di suo e una volta conclusa l’avventura si ha solo il desiderio di continuare al più presto un viaggio dal potenziale incredibile.

Si dovranno però aspettare quattro anni prima di poter finalmente proseguire il cammino di Cloud e dei suoi compagni: il 29 febbraio 2024 la seconda parte, Final Fantasy VII Rebirth, diventa finalmente realtà. E stavolta il sottotitolo scelto è più azzeccato che mai.

È una rinascita che non riguarda soltanto Final Fantasy VII ma tutto il suo leggendario franchise, che da anni crea spaccature tra gli appassionati con episodi estremamente discussi come il più recente Final Fantasy XVI (se ve la siete persa, ecco la recensione di Final Fantasy XVI). Questa volta, però, Square Enix ha fatto centro, confezionando uno dei giochi più incredibili della sua storia. Non disdegnando però ulteriori dibattiti.

Alla ricerca di Sephiroth

Final Fantasy VII Rebirth vuole confondere i giocatori sin dai primissimi minuti, con un prologo inaspettato che non sembra aver alcun tipo di collegamento con i momenti finali di Final Fantasy VII Remake e della sua espansione Intermission. Nemmeno il tempo di esclamare “ma che caz*o sta succedendo!” che il racconto torna subito sui giusti binari una volta finito il prologo, ripartendo proprio dalle ultime sequenze prima dei titoli di coda del predecessore.

Cloud, Tifa, Aerith, Barret e Red XIII hanno da poco lasciato Midgar dopo aver sconfitto l’Araldo del Destino e i Numen, trovando rifugio nella tranquilla cittadina di Kalm. In albergo l’ex SOLDIER racconta ai suoi compagni del suo passato con Sephiroth e di come cinque anni prima il grande eroe sia poi impazzito e decaduto in seguito a una missione al reattore Mako di Nibelheim.

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Lo scopo del gruppo è chiaro: inseguire Sephiroth attraverso il Pianeta e fermare i suoi oscuri piani nonostante nessuno conosca la posizione del guerriero. Il solo indizio a loro disposizione sono i “mantelli neri”, individui in stato catatonico a loro volta alla ricerca di Sephiroth.

Cloud e i suoi amici si rimettono dunque in moto, pronti per un nuovo viaggio che li porterà a raggiungere ogni angolo del mondo tra scenari mozzafiato, luoghi indimenticabili e pericoli terrificanti che li porteranno a confrontarsi ancora una volta con la Shinra, ancora alla ricerca della Terra Promessa.

Ma il cammino porterà in dote anche nuovi e preziosi alleati come la ninja Yuffie Kisaragi, il gatto robotico Cait Sith, il pilota Cid Highwind e l’ex agente dei Turks Vincent Valentine. Insieme il gruppo è pronto ad affrontare ogni minaccia e sfidare Sephiroth, la Shinra e il destino stesso.

Final Fantasy VII: Rebirth vs 1997

Come ufficialmente confermato da Square Enix nei mesi precedenti l’uscita, la storia di Final Fantasy VII Rebirth copre l’intero Disco 1 del classico originale, dalla fuga da Midgar all’arrivo nella Capitale Dimenticata. E come visto nel precedente Remake, anche in Rebirth non mancheranno approfondimenti, filler e divagazioni volti a dare ancora più caratterizzazione al mondo di gioco ed i suoi personaggi.

Certo, siamo comunque davanti a un caso diverso rispetto a Remake, che costruiva un gioco intero sulla sezione iniziale del capolavoro del 1997 ambientata a Midgar e dunque allungandolo a fondo: Rebirth ci introduce all’overworld, qui suddiviso in tante macro-aree liberamente esplorabili e dunque a una porzione dell’originale Final Fantasy VII molto più ampia e ricca di spunti.

È però altrettanto vero che buona parte della fase centrale dei Disco 1 era avara di sviluppi narrativi cruciali e quest’impostazione si riflette anche su Rebirth, che ha nel ritmo della narrativa una delle sue maggiori incertezze tra riempitivi e tempi spesso dilatati anche più del dovuto. Detto in altre parole, per la prima metà della storia principale si ha la sensazione che la trama e l’approfondimento dei personaggi non stiano davvero evolvendo, come se tutto stesse scorrendo lentamente su schermo.

Ma quando Rebirth comincia a fare sul serio, diventa tutta un’altra storia. Momenti chiave reinterpretati in maniera eccezionale, personaggi sempre più approfonditi, sviluppi che tengono incollati allo schermo ed emozioni difficili da dimenticare dopo averle vissute.

Final Fantasy VII Rebirth alla fine si fa apprezzare anche per il suo impianto narrativo, nonostante alcuni dubbi e perplessità su come viene portata avanti la gestione dei temi principali dell’opera e soprattutto le componenti inedite pensate appositamente per questo rifacimento giunto al suo secondo atto.

E poi c’è il finale: come accaduto con il predecessore, anche questo è studiato per creare confusione e per far discutere. L’epilogo del capitolo precedente ha messo in chiaro che non siamo di fronte a un “remake” nel vero senso della parola che vuole seguire fedelmente e pedissequamente gli eventi originali, bensì a una produzione che in più occasioni si prende libertà che possono anche stravolgere completamente la direzione narrativa intrapresa.

E sebbene il nuovo capitolo provi comunque ad essere quanto più in linea con il racconto del 1997, anche in Rebirth si verifica – sempre durante l’epilogo – la medesima situazione accaduta nel Remake. Chi ama così tanto il classico per PS1 da essersi sentito tradito di fronte a quanto successo con Final Fantasy VII Remake, con Rebirth avvertirà le stesse sensazioni negative, sebbene oggi sia ben chiara la direzione intrapresa da Square Enix con questo progetto.

Ma anche chi apprezza il “coraggio” di voler offrire una storia che cambia le carte in tavola, potrebbe restare perplesso di fronte alle scelte narrative degli autori, forse ancora più “incoscienti” rispetto a quanto già fatto nel 2020 e che lasciano un profondo punto interrogativo nella mente dei giocatori rischiando anche di compromettere la carica emotiva del momento cruciale su cui si poggia il finale.

In qualunque modo la si veda, la narrativa di Final Fantasy VII Rebirth è un perfetto chiaroscuro, dove luci ed ombre si amalgamano dando vita a un racconto che in ogni caso non passa inosservato. Sa regalare emozioni, sa far riflettere ma lascia anche perplessi e la sensazione che forse si stanno prendendo troppi rischi di complicata lettura.

Di sicuro, però, lascia enorme curiosità di scoprire come tutto si evolverà nella futura Parte 3, lontana per chissà quanti anni. Al tempo stesso, ci fa affezionare ancora di più a personaggi iconici già amati nelle loro passate iterazioni, dei quali diventa impossibile fare a meno e di cui vuoi scoprire le sorti in questo “nuovo” Final Fantasy VII appassionato di licenze poetiche.

Reinventare un capolavoro

Se c’è un aspetto di Final Fantasy VII Remake che ha trovato i favori di critica e pubblico mettendo più o meno d’accordo tutti, è il sistema di combattimento. Il gioco del 2020 aveva proposto un perfetto ibrido tra la modernità Action/RPG e il classico Active Time Battle (ATB) a turni dei Final Fantasy passati – incentrato sull’uso di oggetti, magie, evocazioni ed attacchi speciali – che si può considerare senza problemi la giusta direzione per restare fedeli alla tradizione ma al tempo stesso rinnovandola ai tempi odierni.

In poche parole, è l’opposto di quanto poi visto in Final Fantasy XVI, orientato in maniera massiccia verso un’impostazione Stylish Action a discapito della componente ruolistica quasi interamente sacrificata in nome dell’azione più pura. Che poi preso come gioco in sé il sedicesimo capitolo aveva comunque le sue qualità, ma è chiaro che un ibrido come quello proposto da Remake era la soluzione ideale per venire incontro alle esigenze sia dei fan storici che dei giocatori odierni.

Final Fantasy VII Rebirth

Final Fantasy VII Rebirth riparte dunque proprio da quel sistema che si presenta qui sostanzialmente invariato e, dunque, ancora eccellente proprio come quattro anni fa. I combattimenti continuano ad essere dinamici, il mix di incantesimi ed abilità a disposizione di ogni singolo membro del party ancora efficace e il coinvolgimento è garantito da un soddisfacente senso di sfida che rende stimolante gran parte degli scontri, soprattutto contro i numerosi e coriacei boss che caratterizzano l’avventura.

Ad arricchire ulteriormente il combat system ci pensano le Sincronie, introdotte nel DLC Intermission del primo capitolo e qui ulteriormente espanse in modo da dare vita a numerose combinazioni differenti a seconda di come è composto il nostro team, con sempre tre personaggi del party che scendono in battaglia. Le Sincronie possono dare vantaggi passivi ai nostri eroi oltre ad arrecare ingenti danni ai nemici presi di mira e, per essere attivati, richiedono di aver già utilizzato un tot di volte le barre ATB con ciascun personaggio durante il combattimento in corso.

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Oltre al ritorno di Cloud, Tifa, Barret ed Aerith, così come di Yuffie ripresa da Intermission, diventano membri attivi del party anche Red XIII e Cait Sith, aumentando ancora di più la varietà del gruppo in termini di abilità, parametri e caratteristiche peculiari: ciascun personaggio gode di una propria caratterizzazione ben definita che gli conferisce una certa unicità sul campo di battaglia, motivo per cui vale la pena sperimentare combinazioni sempre diverse in modo così da creare team versatili e pronti ad ogni evenienza.

Da tenere poi presente che il gioco stesso ci spingerà ad utilizzare ciascun membro della compagnia, mettendoli in risalto in specifici momenti del gioco dove il gruppo è limitato, portandoci dunque ad utilizzarli “obbligatoriamente”: può apparire forzato, ma è in realtà un buon modo per conoscere ancora più a fondo ciascun protagonista senza che nessuno venga trascurato.

Il sistema di progressione

Dal punto di vista del combat system non mancano le novità, come un rinnovato sistema di progressione dei personaggi non più strettamente legato agli equipaggiamenti: l’espansione delle armi vista in Remake lascia spazio a uno sviluppo focalizzato sui singoli personaggi indipendentemente dalle loro dotazioni, con un focus ancora più marcato su abilità passive e sul numero di Materie equipaggiabili per avere accesso a un range ancora più ampio di magie e vantaggi. Una scelta azzeccata che rende il gameplay molto più versatile.

Il sistema di combattimento si evolve ancora di più in questo nuovo episodio raggiungendo vette di profondità e coinvolgimento ancora superiori. Ad avvantaggiarlo ulteriormente ci pensa inoltre un bestiario molto più vario e ricco rispetto a quanto offerto da Remake, oltre a numerose Boss Fight sia principali che secondarie che in tanti casi ci spingeranno ad impegnarci al massimo facendo ricorso ad ogni risorsa a nostra disposizione.

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E se da un lato è vero che ogni Final Fantasy ha una propria caratterizzazione specifica in termini di gameplay, contenuti e meccaniche, resta vero che con la serie remake del settimo episodio Square Enix ha dato vita a un sistema che sarebbe perfetto anche per altri giochi principali della serie, magari arricchito con altre nuove idee. Insomma, sarebbe un gran peccato vedere abbandonato questo sistema una volta conclusa la trilogia nei prossimi anni.

Il mondo oltre Midgar

Siete tra coloro che non hanno apprezzato la forte linearità ed il level design limitato di Final Fantasy VII Remake? Ebbene, Final Fantasy VII Rebirth è l’esatto opposto. Non è strutturato come un open world nel vero senso della parola, ma l’introduzione di grosse macro-aree esplorabili danno un senso di libertà, d’esplorazione e di movimento mai avvertito nella prima parte della trilogia remake di Final Fantasy VII.

L’impegno e la dedizione riposta dai ragazzi di Square Enix nel dare una profonda identità a tutti gli scenari che caratterizzano il nostro viaggio si vede già dalle prime ore di campagna. Ambientazioni vaste e piene di sorprese che attendono solamente di essere scoperte, nel frattempo che si setaccia a fondo ogni angolo del mondo di gioco e si affrontano le numerose creature che lo popolano in modo così da guadagnare punti esperienza, far progredire il nostro party e far evolvere un poco alla volta le Materie a disposizione.

Ma la realtà che ci circonda è talmente vasta che esplorarla da cima a fondo a piedi potrebbe non essere facile: una volta completati specifici incarichi eccoci così in groppa ai nostri Chocobo con i quali spostarsi rapidamente in ogni direzione (siete dei cacciatori di trofei? Non perdetevi allora la nostra Guida al Platino di Final Fantasy VII Rebirth). Senza dimenticare la funzione di Fast Travel attraverso tutti i checkpoint sbloccati e i principali punti d’interesse della mappa che ci permettono di coprire ampie distanze in un attimo.

Considerata la presenza di multiple macro-aree, proseguire nell’avventura potrebbe momentaneamente impedire il ritorno nelle zone già esplorate almeno fino a quando non verranno soddisfatte specifiche condizioni. Ciononostante, con il proseguo del gioco tornare sui propri passi diverrà sempre più semplice, lasciandoci così totale libertà nel decidere come e quando affrontare ogni incarico secondario o raggiungere tutti i punti chiave delle singole mappe.

Ma il Pianeta ha tantissimo da offrire anche in termini di risorse, da accumulare sempre di più in modo così da sfruttarle per creare oggetti ed accessori di ogni genere: il crafting è un’altra delle novità introdotte in Rebirth rivelandosi, una volta approfondito a dovere, una valida alternativa ai classici negozi dove far rifornimento di armi, armature e pozioni a suon di Guil.

La struttura delle mappe e delle ambientazioni di Rebirth è una vera e propria ventata d’aria fresca dopo la linearità talvolta troppo marcata del precedente capitolo, e la maggior cura riposta nel level design si riflette anche nei vari dungeon che raggiungeremo portando avanti la storia principale. Si tratta di scenari molto più elaborati che offrono tanti segreti e curiosità da scoprire, favorendo dunque l’esplorazione.

…si nota come Square Enix abbia compiuto importanti passi avanti dopo le criticità riscontrate con il pur ottimo Final Fantasy VII Remake

I dungeon non offrono solo combattimenti, ma c’è ampio spazio anche per rompicapi ambientali da affrontare sfruttando le caratteristiche di ogni componente del nostro gruppo, dando così un ulteriore tocco di varietà al gameplay. Forse alcuni dungeon tendono ad andare avanti un po’ troppo per le lunghe (l’ultimo in particolare prima della fase conclusiva) e con concept che rischiano di diventare ridondanti, tuttavia anche nella struttura di questi aspetti si nota come Square Enix abbia compiuto importanti passi avanti dopo le criticità riscontrate con il pur ottimo Final Fantasy VII Remake.

Siamo letteralmente davanti a una concreta evoluzione di quanto visto quattro anni prima, e persino ogni singolo centro abitato gode di una personalità così ben definita che vale totalmente la pena perderci quanto più tempo possibile nell’esplorarli a fondo uno dopo l’altro. Certe location come Costa del Sol o il Gold Saucer sono così piene di attrazioni che si può anche perdere il conto delle ore passate tra le loro meraviglie, confermando ancora una volta quanto siano stati grandi i progressi compiuti dagli sviluppatori con questo episodio.

Più di qualunque altro Final Fantasy visto nell’ultimo paio di decenni, Rebirth incarna al meglio lo spirito dei classici originali della serie dimostrandosi a tutti gli effetti la loro vera e naturale evoluzione, dal combattimento all’esplorazione passando per i dungeon ed il bestiario. Nessun capitolo dal XII fino al più recente e controverso XVI si sono avvicinati a una tale essenza. Ed il bello è che le sorprese non sono ancora finite.

Tra sfide e minigiochi: l’imbarazzo della scelta

Un aspetto criticato di Final Fantasy XVI era il suo mondo di gioco anch’esso suddiviso in macro-aree ma considerato sostanzialmente vuoto e senza grosse attrattive. Final Fantasy VII Rebirth è praticamente l’esatto opposto di quanto visto nell’avventura con protagonista Clive Rosfield. Anzi, c’è così tanto da fare in ogni singola zona che a tratti c’è l’imbarazzo della scelta su come muoversi e su cosa puntare.

Rebirth abbonda letteralmente di attività secondarie, missioni collaterali e punti da raggiungere. Certo, è innegabile che la struttura delle macro-aree di gioco ricalcano un’impostazione open world piuttosto classica che rischia di farsi presto ripetitiva considerato che gran parte delle attività da svolgere (come attivare le torri, scansionare le fonti naturali, sincronizzare le dimore degli Esper, affrontare le battute di caccia e molto altro ancora) vengono continuamente riproposte ad ogni nuova zona raggiunta.

In specifici momenti, si avverte a lungo andare una ridondanza che potrebbe addirittura farsi pesante, con il rischio ad un certo punto di lasciare in disparte questi compiti per concentrarsi sulla storia principale o su altri contenuti più concreti. Ciò però non toglie che Rebirth abbia tantissimo da offrire, permettendo di sbloccare anche indagini speciali ed ulteriori attività secondarie che spesso hanno anche preziose ricompense pronte per i giocatori una volta portate a termine.

Il tutto senza contare che destreggiarsi tra le attività presenti sulle mappe permette di accumulare punti speciali da “scambiare” con Chadley per ricevere in cambio Materie molto più sofisticate rispetto a quelle classiche così come l’accesso alle sfide del simulatore, fondamentale non solo per fare sempre più pratica con le insidie dell’avventura ma soprattutto per sbloccare le potenti Materie Evocazione.

Gli Esper funzionano in maniera analoga a quanto visto in Remake: possono essere chiamati in battaglia una volta che l’apposito indicatore si sarà riempito e ci daranno il loro sostegno per un periodo di tempo limitato. In Rebirth però le invocazioni avvengono con maggior frequenza ed è inoltre molto più ampio il numero di Esper a disposizione, con dunque la possibilità di assegnarne facilmente uno ad ogni personaggio.

Final Fantasy VII Rebirth 7

Tornando alle attività secondarie, non mancano chiaramente missioni collaterali – rappresentate da un simbolo verde – che spesso danno accesso a mini-storie con specifici obiettivi da completare. Non tutte le side quests sono particolarmente brillanti ma si nota un certo impegno nella loro struttura e spesso sono utili anche per approfondire i legami tra Cloud ed i suoi compagni di viaggio. Vale dunque la pena affrontare queste missioni, anche solo per spezzare un po’ il ritmo dell’avventura principale.

Ma a rivestire un ruolo di primissimo piano in Rebirth sono soprattutto i minigiochi. E sono davvero tantissimi, almeno una trentina calcolando non solo quelli più elaborati e rigiocabili a piacimenti, ma anche quelli minori legati a momenti precisi della storia. Il fatto è che sono così tanti da far quasi impallidire uno qualunque dei più recenti Yakuza/Like A Dragon, altra serie che sui minigame ci ha costruito gran parte del suo successo. Ed il bello è che la maggioranza dei minigiochi di Rebirth sono davvero divertenti da giocare e ben elaborati, rischiando quasi di tenere incollati allo schermo facendo dimenticare tutto il resto.

Ovvio, ce ne sono altri invece meno ispirati, e forse una presenza così massiccia di minigame potrebbe a lungo andare farsi stancante (specie considerato che molti di questi sono integrati proprio nella main quest), tuttavia la loro presenza contribuisce a rendere ancora più variegata l’intera produzione considerato che traspare con forza quanto gli sviluppatori si siano divertiti ad inserirli.

Final Fantasy VII Rebirth Playstation 5

Colpisce in particolare la presenza di un nuovissimo gioco di carte pensato appositamente per Final Fantasy VII Rebirth: Regina Rossa, una novità assoluta (non c’erano giochi di carte nell’opera originale) e che ha tutto ciò che serve per mandare in estasi chi è cresciuto con i card game di Final Fantasy VIII e Final Fantasy IX. Sebbene le regole potrebbero richiedere un po’ di tempo per essere assimilate al meglio, Regina Rossa si rivela un piacere da giocare ed offre anche le sue sottotrame  volte a non renderlo un semplice minigioco inserito nel lotto, ma qualcosa di ancora più profondo.

Di fronte a tutta questa abbondanza, spesso anche di gran qualità, il kolossal di Square Enix potrebbe rapire i giocatori per decine, decine e decine di ore. Concentrarsi sulla sola quest principale porta via da solo almeno una cinquantina di ore, ma chi vuole approfondire ogni singolo dettaglio del gioco potrebbe impiegarci anche tre volte tanto, a riprova di quanto sia stato enorme l’impegno e la passione che Square Enix ci ha messo nel dare vita a questo secondo episodio già divenuto uno dei Final Fantasy più ambiziosi di sempre.

Scenari di una bellezza disarmante ma…

Poco ma sicuro, il mondo di Final Fantasy VII Rebirth è di una bellezza unica che non passa inosservata. Square Enix ha reso onore e giustizia agli scenari del classico originale rendendoli più vivi, credibili e stupendi che mai: se sulla prima PlayStation ci ritrovavamo a vagare per una vasta mappa sostanzialmente vuota dati i limiti tecnici dell’epoca, adesso ogni bioma ha una sua identità perfettamente definita tra praterie, canyon, spiagge, paludi, giungle e persino il mare aperto, permettendoci così di esplorare una realtà concreta e tangibile curatissima nei dettagli e con una struttura delle mappe molto più sofisticata di quanto possa sembrare a una prima vista superficiale.

Tutto ciò che prende vita su schermo contribuisce a creare una cornice estetica ed artistica capace di scaldare il cuore grazie anche alla cura maniacale riposta in ogni dettaglio, mettendo in risalto quanto il mondo di Final Fantasy VII stia decadendo un poco alla volta, in contrasto con i centri abitati ed i luoghi più lussureggianti dove invece la vita sembra scorrere come se nulla fosse.

La stessa cura riposta nelle ambientazioni la si ritrova poi nella caratterizzazione visiva di ogni creatura che popola gli scenari. I nostri personaggi, invece, in termini di animazioni e movenze non si discostano da quanto già visto nel gioco precedente, complice l’utilizzo dello stesso motore grafico del predecessore.

Ecco, la situazione cambia leggermente se facciamo un discorso più tecnico. Sebbene il lato artistico dell’opera Square Enix resti indiscutibile, in termini grafici Rebirth non sembra compiere concreti passi avanti rispetto a Remake nonostante sia stato concepito per un hardware di nuova generazione come PlayStation 5.

Si ha come la sensazione che Rebirth non sia “next-gen” nel vero senso della parola e ciò emerge soprattutto guardando alcune incertezze nelle textures, oltre a fenomeni di pop-up e sfuocature che fanno la loro comparsa di tanto in tanto su schermo. Con alcune patch la situazione è in ogni caso migliorata, ma la percezione è che Square Enix possa fare ancora di più in termini puramente tecnici. Se non altro la modalità Performance a 60fps piuttosto stabili valorizza al meglio i ritmi frenetici dell’azione, rendendo il gioco ancora più godibile.

Dove invece non ci sono sbavature è nel comparto sonoro, anche stavolta superlativo. Le musiche sono semplicemente immense, da vero e proprio inchino per il modo in cui sono orchestrate e per come riescono sempre a valorizzare ogni momento della storia, dell’esplorazione o dei combattimenti. Tra brani originali e remix della colonna sonora originale, dunque, le soddisfazioni sono assicurate.

Chiude il cerchio un doppiaggio di elevatissima caratura sia in giapponese che in inglese, sebbene anche stavolta rimanga il problema della localizzazione già riscontrato nel predecessore: i testi tradotti in italiano sono infatti basati sul parlato nipponico, dunque giocare con il doppiaggio inglese potrebbe dare vita a numerose incongruenze nei dialoghi che potrebbero dar fastidio ad alcuni giocatori.

L’anima di Final Fantasy

Non gioco un grande Final Fantasy da almeno 20 anni”. Questa è una frase pronunciata spesso da molti appassionati della serie, che non sempre hanno accolto bene i continui cambiamenti che Square Enix ha apportato a Final Fantasy con la maggior parte dei giochi principali e degli spin-off visti nell’ultimo paio di decenni, soprattutto da Final Fantasy X in poi.

Molti degli episodi numerati più recenti hanno spesso creato spaccature tra i fan per limiti ludici, narrativi o strutturali, e indipendentemente dalle loro effettive qualità hanno provato sempre a sperimentare concept e idee diverse che in molti casi li hanno allontanati da ciò che per un appassionato rappresenta Final Fantasy. Anche lo stesso Final Fantasy VII Remake, nonostante il suo brillante combat system perfetto connubio tra passato e presente, ha avuto le sue incertezze che non gli hanno permesso di brillare al massimo delle sue potenzialità.

Il 29 febbraio del 2024, però, qualcosa è cambiato. Final Fantasy VII Rebirth è diventato realtà ma non si è semplicemente limitato a portare avanti il viaggio di Cloud Strife e dei suoi compagni in questa nuova versione di un racconto iconico: più di qualunque altro Final Fantasy moderno, è riuscito finalmente a catturare l’essenza della sua leggendaria serie di appartenenza. Rebirth è a tutti gli effetti un Final Fantasy classico, uno di quelli vissuti su NES, Super Nintendo o la prima PlayStation, trasportato ai giorni nostri in chiave moderna. È questo il suo più grande merito, il suo vero successo.

Ci ha fatto rivivere ai giorni nostri tutto ciò che ha reso così amati in tutto il mondo gli episodi di quei tempi lontani, per sistema di combattimento, struttura di dungeon e scenari. Ci intrattiene con un quantitativo esorbitante di contenuti e minigiochi che spesso sono anche curati con grande impegno (altri, talvolta, invasivi).

E ci ha stupiti con una direzione artistica tra le più brillanti immaginabili, realmente capace di valorizzare il contesto dell’originale Final Fantasy VII. Ed è vero, non tutto è impeccabile. Ci sono incertezze narrative, evidenti soprattutto nel confusionario finale, controverso ancora una volta e che fa inevitabilmente discutere. Ma ci sono anche emozioni impossibili da dimenticare e legami indissolubili che ci fanno amare tutti i suoi personaggi

C’è qualche sbavatura tecnica e la sensazione che non si sfrutti al massimo le capacità di PlayStation 5. Ma di fronte a un’estetica così affascinante ed evocativa si chiude un occhio facilmente. Per non parlare poi dell’incredibile accompagnamento musicale e di un doppiaggio da applausi, giapponese o inglese non fa differenza. Ecco, Final Fantasy VII Rebirth è tutto questo. Non è perfetto, ma ha un’anima viva e un cuore che batte forte, e che fa nuovamente innamorare di un Final Fantasy proprio come se fossimo ancora giovanissimi ai tempi della prima PlayStation.

Square Enix è stata spesso criticata per come ha gestito la sua storica serie così come tante altre sue produzioni, ma questa volta bisogna riconoscerle ogni merito. Stavolta si è davvero superata, confezionando uno dei suoi giochi migliori da anni, se non addirittura decenni a questa parte. E adesso sarà veramente difficile dover aspettare chissà quanti altri anni ancora prima di vivere la terza e ultima parte del remake di Final Fantasy VII, ad ulteriore conferma di quanto eccezionale sia stato il lavoro svolto questa volta. Grazie di esistere, Final Fantasy VII Rebirth.

Francesco Muccino

Tocca il suo primo videogioco, Super Mario Land, quando ancora non ha compiuto 3 anni. Da allora entra in un vortice dal quale probabilmente non ne uscirà mai più. Appassionato di ogni genere e irriducibile alfiere del formato fisico, vanta una collezione di oltre 2700 giochi.

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