Flintlock The Siege of Dawn Recensione: un soulslite poco consistente
Prendere spunto da altre opere di successo non è per forza un male se c’è una visione su come impiegare tali idee e, soprattutto, se si aggiunge il proprio tocco personale. Ma se viene fatto senza una chiara direzione da seguire il rischio è di ritrovarsi tra le mani tanti concept mischiati tra loro senza una precisa direzione da seguire, la perfetta ricetta per un potenziale disastro: Flintlock: The Siege Of Dawn è un po’ questo.
L’opera targata A44, gli stessi autori dell’apprezzato Ashen, pesca a piene mani da tante blasonate produzioni: viene dipinto dagli sviluppatori stessi come un Soulslite che prende spunto dai Souls di FromSoftware pur senza replicarne la rigidità (è possibile scegliere il livello di difficoltà a inizio partita e non c’è una barra della stamina), ci mette un po’ di Bloodborne con le pistole da usare come diversivo in battaglia e per impostazione di combattimenti e telecamera richiama un po’ alla mente pure gli ultimi God Of War (se cercate altri action di questo tipo, non perdetevi la recensione di Atlas Fallen).
Flintlock: The Siege Of Dawn ha dunque importanti fonti d’ispirazione, peccato solo che da questi grandi nomi si limiti soltanto a riprenderne i concept senza andare troppo oltre. Il risultato finale è dunque un prodotto ben poco consistente, che pure avrebbe qualche spunto interessante ma che finisce con il perdere velocemente quel poco di mordente che dimostra in qualche barlume di genuina qualità.
Una guerra agli dei poco appassionante
Già partendo dalla storia le premesse non sono delle più incoraggianti. Vestiremo i panni di Nor Vanek, guerriera di spicco della Coalizione in lotta per la sopravvivenza del genere umano contro gli antichi Dei che vogliono invece spazzarlo via dalla faccia del mondo. Il primo assalto alla roccaforte nemica non va però a buon fine: Nor ed i suoi compagni vengono duramente sconfitti da Uru, la divinità più potente, e la protagonista sopravvive solo per miracolo.
Al suo risveglio fa la conoscenza di Enki, a sua volta un essere divino dalle sembianze simili a una volpe che vuole tuttavia stringere un’alleanza con Nor per porre fine al regime divino. Pur non fidandosi ciecamente, Nor accetta il suo aiuto e si prepara così alla rivincita con Uru, fronteggiando nel frattempo gli altri esseri divini che stanno mettendo sempre più in ginocchio l’umanità.

Le premesse non sono delle più originali ma il loro sviluppo non aiuta a risollevare la situazione. La trama di Flintlock è spesso un mero contorno senza grossi spunti, con personaggi che non conquistano il giocatore a causa della loro superficiale caratterizzazione e la mancanza di eventi realmente coinvolgenti con il passare delle ore.
La figura di Enki è l’unica a suscitare un minimo di interesse soprattutto verso le ultime fasi dell’avventura ma, nel complesso, il comparto narrativo è un tale contorno che spesso ci si dimentica pure dello stesso scopo della protagonista, preferendo buttarsi a capofitto nell’azione senza stare ad approfondire chissà quanto del mondo di gioco e delle motivazioni che spingono ciascun personaggio a portare avanti la guerra con gli Dei.
Flintolock: soulslite troppo “lite”
Sfortunatamente anche in ambito gameplay non è tutto rose e fiori. Di fatto Flintlock non riesce a dimostrare consistenza nemmeno in questa circostanza: il sistema di combattimento appare piuttosto semplicistico, con un moveset limitato a disposizione della protagonista ed il rischio così di ritrovarsi ben presto a combattere scontri tutti uguali.
In tal senso non aiuta la scarsa varietà di nemici offerti dal gioco, che tenderanno ben presto a ripetersi senza particolari varianti: qualche avversario umano, tanti non-morti e creature più oscure provano ad ostacolarci il cammino, tutti caratterizzati da un parco mosse non particolarmente elaborato e facile da comprendere e contrastare.

Come detto, Flintlock ha un selettore di difficoltà in modo così da venire incontro alle esigenze di ogni tipo di giocatore: la modalità standard sicuramente in alcune occasioni sa anche come rivelarsi impegnativa e non manca qualche battaglia dove è richiesto un maggior impegno e concentrazione per spuntarla. In particolare, è dalle Boss Fight che arriva qualche soddisfazione in più trattandosi di scontri programmati dignitosamente, con più fasi e dove spesso anche la minima distrazione si può pagare a caro prezzo.
A conti fatti, però, il sistema di combattimento non riesce a regalare vere soddisfazioni: il feedback dei colpi appare piuttosto blando, le poche tecniche a disposizione non valorizzano più di tanto l’azione e gli elementi Soulslike sono implementati in maniera effettivamente light e non danno chissà quale marcia in più a tutta la produzione. A parte il respawn dei nemici sconfitti una volta raggiunti i checkpoint (dove verranno ovviamente ricaricate tutte le pozioni curativa consumate) e la perdita di tutte le nostre risorse principali in caso di sconfitta, per il resto non c’è molto altro di rilevante da segnalare.
Se non altro l’implementazione delle armi da fuoco ha un effettivo senso visto che può dare utili vantaggi in combattimento spezzando ad esempio l’offensiva avversaria quando fa ricorso ad attacchi imparabili, ed anche l’apporto di Enki può fare la differenza se usato al momento giusto: le sue interferenze, infatti, sono utili per prosciugare più velocemente le resistenze degli avversari (in particolare quelli dotati di armature) ed infliggere, di conseguenza, sia danni maggiori, sia malus una volta sbloccati i suoi poteri avanzati.

A parte questi dettagli, però, l’opera A44 non offre chissà quali altri spunti brillanti, e persino tutti i potenziamenti a disposizione di Nor non valorizzano più di tanto l’azione rivelandosi spesso un semplice contorno che un reale valore aggiunto ai combattimenti. È possibile trovare qualche nuovo equipaggiamento durante l’avventura ma il loro apporto allo sviluppo della protagonista è limitato: non sorprendetevi se vi ritroverete a finire l’avventura impiegando le stesse armi usate sin dalle fasi iniziali dato che il gioco stesso fa poco per invogliarvi a sfruttare eventuali nuove risorse sbloccate. Si poteva e doveva fare di più.
Forza mondo, intrattienimi!
E che dire dell’esplorazione? Flintlock ha un’impostazione in stile Open World sebbene le sue mappe non godano in realtà di dimensioni piuttosto consistenti. C’è quanto basta per trovare un po’ di risorse utili per potenziare i nostri equipaggiamenti presso i falò così come per scoprire zone segrete e portare avanti qualche incarico secondario, ma nel complesso il gioco non lascia ampio spazio a troppe deviazioni e fa in modo che sia sempre la quest principale ad avere tutte le attenzioni.
Del resto le poche attività collaterali offerte dall’avventura non sono chissà quanto intriganti e il fatto che il grosso dei potenziamenti da sbloccare non lasci spazio a reali progressi per il nostro personaggio non invoglia certo a perdere chissà quanto tempo nella ricerca di risorse extra e crediti aggiuntivi portando a termine le missioni secondarie.

Il level design, preso nella sua interezza, si può considerare funzionale al tipo di gameplay proposto, ma offre anche qualche fase Platform raffazzonata e priva di mordente che ci ricorda come Flintlock dia il meglio di sé quando si passa all’azione. E considerato che il sistema di combattimento non è certo brillante non è esattamente un gran complimento.
Il problema è quindi sempre lo stesso: Flintlock è caratterizzato da un gameplay pieno di spunti ma nessuno di questi è stato davvero valorizzato dagli sviluppatori, e di conseguenza si prosegue in un’avventura che di regalare veri sussulti non vuole saperne lasciando un amaro in bocca sempre più forte con il proseguire delle ore.

Considerate tutte le limitazioni del caso, forse è un bene che la durata dell’opera sia piuttosto contenuta. La main quest si può portare a termine già in 6-7 ore, cifra destinata ad aumentare sensibilmente concentrandosi sulle attività secondarie: l’esperienza offerta da Flintlock è piuttosto breve e non lascia molto spazio alla rigiocabilità non essendoci nemmeno un post-game vero e proprio.
Low Budget
Che Flintlock sia una produzione realizzata con risorse limitate appare piuttosto evidente. A44 non è certo uno studio chissà quanto grande ed ha provato a fare del suo meglio con il materiale a disposizione, tuttavia va detto: ci sono produzioni “AA” che hanno saputo raggiungere vette tecniche molto più lusinghiere.
Flintlock non sfrutta certamente al meglio le potenzialità delle piattaforme che lo ospitano e si presenta piuttosto sottotono in termini di animazioni (quelle dei salti sono piuttosto brutte da vedere), ma anche il colpo d’occhio complessivo non è certo dei migliori. Anche i modelli poligonali dei personaggi sembrano tutto tranne che provenire da una PlayStation 5 o una Xbox Series X/S. L’Action/RPG di A44 appare più un gioco di una generazione fa in termini tecnici, e di sicuro sulle console attuali si possono raggiungere ben altre vette qualitative.

Pure la caratterizzazione stessa degli scenari non è che brilli per originalità: siamo davanti un po’ al solito mondo fantasy generico e senza chissà quali spunti, con aree che tendono ad assomigliarsi tra loro e senza offrire nemmeno chissà quali panorami mozzafiato o contesti evocativi. Giusto il design di Enki sembra dire qualcosa, ma è un po’ come trovare un pregio con il lanternino.
Non va chissà quanto meglio con il sonoro: le musiche non riescono mai a lasciare il segno ed anche il doppiaggio appare piuttosto insipido, come se in alcune occasioni gli interpreti stessero leggendo la lista della spesa anziché recitare a tutti gli effetti.
Occasione mancata
A vederlo dai trailer ben confezionati da A44, Flintlock: The Siege Of Dawn aveva tutte le carte in regola per dimostrarsi una piccola ma gradita sorpresa nel panorama dei Soulslite. Sembravano esserci tutti gli ingredienti per un’Action/RPG magari non originale ma in grado comunque di sfruttare al meglio le diverse fonti d’ispirazione prese come base di partenza per costruirci sopra un viaggio capace di farsi ricordare. Le sensazioni positive della vigilia purtroppo si sono scontrare con una realtà molto più dura che ci ha mostrato tutte le debolezze di Flintlock.
Non serve copiare da multiple produzioni di successo se poi non c’è una chiara direzione a fare da collante a questi concept e agli autori è mancato proprio questo. È mancato il coraggio di andare oltre al semplice copia-incolla di idee altrui, nemmeno valorizzate a dovere. L’inconsistenza di Flintlock passa anche dalla sua narrativa dimenticabile e da un comparto audiovisivo poco ispirato, al punto che è quasi un bene che l’avventura non duri chissà quanto.
Peccato perché l’opera qualche spunto un minimo interessante ce l’avrebbe pure: l’utilizzo delle armi da fuoco e l’impiego di Enki in battaglia danno un pizzico di profondità in più ai combattienti, e le Boss Fight nel complesso non sono affatto male, ma purtroppo gli aspetti positivi vengono sovrastati da quelli negativi e si finisce con il voler avere tra le mani qualcosa di molto più brillante e con una precisa direzione da seguire.
Flintlock: The Siege Of Dawn è dunque destinato ad essere dimenticato abbastanza in fretta una volta giunti ai titoli di coda, e dal team dietro all’interessante Ashen era lecito attendersi qualcosa di molto più grande.
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