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Jamal Murray: cavaliere e scudiero dei Denver Nuggets

Questa notte iniziano le finali NBA 2023 e i Denver Nuggets potranno contare, oltre che su Jokic, sul miglior Jamal Murray di sempre.

Se è vero che il volto dei Denver Nuggets è sicuramente Nikola Jokic, due volte consecutive MVP e oggi trascinatore di quella che per numeri alla mano è la miglior squadra NBA, è altrettanto vero che se accanto al ciondolante fenomeno serbo non ci fosse stato Jamal Murray probabilmente in Colorado oggi sarebbero già tutti in vacanza.

L’incredibile impatto che il cestista canadese ha avuto su questi playoff è una di quelle storie che verrà consegnata agli annali della pallacanestro mondiale. Nel corso di questa post season, Murray ha mostrato una sicurezza incredibile, una letale capacità di fare punti in praticamente qualsiasi modo oltre che una presenza scenica notevole. Se la partita è in bilico, c’è bisogno di un canestro e la palla finisce nelle mani del numero 27 dei gialloblu, potete già segnare 3 punti.

Jamal Murray e quel maledetto infortunio al crociato  

Vederlo giocare in modo così sicuro e dominante fa ancora più impressione se si torna con la memoria a quel nefasto aprile 2021, quando Murray si ruppe il crociato del ginocchio sinistro lasciando Denver orfana del suo secondo miglior giocatore praticamente per un anno e mezzo. In più interviste il numero 27 ha raccontato le enormi difficoltà incontrate per tornare sul campo da basket, della fatica che inizialmente faceva anche solo per camminare. Tuttavia, la sua enorme resilienza e forza di volontà l’hanno portato ad essere protagonista della squadra favorita per l’Anello.

Sebbene la sua strepitosa attitudine abbia avuto il ruolo principale in questo glorioso ritorno, non si può non riconoscere a Mike Malone il merito di aver lavorato sulla mente del suo giocatore. Recentemente, l’allenatore dei Nuggets ha raccontato di una conversazione avuta col suo giocatore subito dopo l’infortunio.

MI scambierete vero? Sono messo male

Tu sei nostro – ha risposto Malone

In uno sport professionistico troppo spesso contrassegnato da un’eccessiva fretta, da una mancanza di gratitudine e da una fastidiosissima tendenza a cambiare piani di lavoro a lungo termine a causa di un singolo nefasto evento, in Colorado si è deciso di agire diversamente. Non si è smontata la squadra, non è stato scambiato Murray per arrivare a qualche scelta alta al draft. Si è deciso di aspettare, di affidarsi a Jokic e attendere il ritorno del suo scudiero.

Se oggi Denver può sognare di vincere un titolo è grazie a questa scelta, fatta l’anno dopo la sconfitta nella bolla di Orlando contro i Lakers di Lebron in finale di Conference. Un momento in cui molte dirigenze avrebbero deciso di smontare tutto e ripartire, coprire d’oro Jokic e affiancargli veterani e free agent casuali per poi finire inevitabilmente ad andare in vacanza, quando va bene, a maggio.

Mike Malone, esattamente come fatto da Steve Kerr nella gestione dell’infortunio di Klay Thompson, ha deciso di aver fede in Jamal Murray ed è per questo che oggi la point guard dei Nuggets ha dentro un fuoco diverso dagli altri. Non vuole solo vincere, vuole dimostrare che Denver ha fatto la scelta giusta ad aspettarlo, vuole sdebitarsi con quell’allenatore che neanche per un momento ha pensato di fare a meno di lui. E ora si trovano lì, a 4 vittorie dell’Anello (qui il calendario completo delle Finali NBA 2023).

La cavalcata di Murray alle Finali NBA 2023

Dal punto di vista tecnico Jamal Murray si è presentato al ritorno dall’infortunio trasformato. Che fosse un grande realizzatore nessuno ha mai avuto dubbi, ma che fosse anche in grado di elevarsi al livello di pensiero di Nikola Jokic (qui il nostro approfondimento su Nikola Jokic), onestamente era meno prevedibile.

Il centro serbo e il suo braccio destro giocano uno dei pick & roll più immarcabili al mondo, in quanto entrambi i giocatori sanno portare palla, tirare e inventare. Jokic è in grado di capire il gioco mezzo secondo prima degli altri, cosa che gli dà il tempo di scegliere con cura cosa fare del pallone. E quando Murray si trova libero, beh, sapete già come va a finire.

Il loro gioco di coppia assomiglia a quello che è sempre stato il lavoro svolto in combo tra Draymond Green e Steph Curry nella baia di San Francisco con la differenza che Jokic oltre ad avere visioni celestiali paragonabili al numero 23 dei gialloblu californiani, è anche in grado, se gli garba, di uccellare qualsiasi avversario, segnando tonnellate di punti. Se poi le difese decidono di averne abbastanza di vederlo tornare in difesa ciondolando dopo aver fatto canestro possono raddoppiarlo. In quel caso ci sarà più spazio per Murray e, beh, sapete già come va a finire.

Il gioco Murray-Jokic è l’evoluzione degli stilemi creati da Kerr e soci a Golden State, fatto però da due atleti in grado di fare canestro sempre e comunque, cosa che non si può certo dire di Dreymond Green.  È vero, manca il Klay Thompson pronto a ad approfittare degli spazi che quel pick & roll lascia libero per segnare da 3 in situazione di spot up. Ah no, c’è anche Michael Porter Jr.

Jamal Murray è sia cavaliere che scudiero. Sia Batman che Robin. Può assistere al dominio di Jokic ma anche decidere lui stesso di uccidere le partite. Se non siete convinti, fate uno squillo a Los Angeles, sponda Lakers. Il suo strabordante talento ora è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, la verità è che Denver, come tutte le squadre vincenti, lo sapeva prima degli altri. E ora c’è poco da fare. Si può solo sperare che Jamal Murray si fermi o che Jokic plachi il suo genio. Ma difficilmente succederà, perché i Nuggets fanno sul serio e al canadese piacciono i palcoscenici importanti. Nel dubbio, un consiglio: quando la palla peserà di più in queste Finals e toccherà a lui tirare, portatevi avanti col lavoro, segnate 3 punti sul tabellone.

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