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Kubi Takeshi Kitano

Kubi Recensione: la risposta di Takeshi Kitano ai samurai di Shogun

Abbiamo visto Kubi, il nuovo film di samurai scritto, diretto e interpretato dal leggendario autore Takeshi Kitano: la recensione.

Lo ammettiamo subito: il titolo della recensione di Kubi di Takeshi Kitano è pensata per attirare immediatamente lo sguardo dei fan della nuova serie tv Shogun (se ve la siete persa, ecco la recensione di Shogun).

Il nuovo film del leggendario regista giapponese non è in alcun modo una replica allo show FX pubblicato da Disney+, non solo perché il curriculum dell’autore non avrebbe bisogno di mettersi a paragone con quello di nessun altro, tanto meno di una serie tv, ma soprattutto perché Kubi è uscito nel 2023 – presentato prima al Festival di Cannes e poi in Italia al Torino Film Festival -, ben prima dello show dal romanzo di James Clavell. Tuttavia, perché no, potrebbe servire come controcampo al mondo onorevole dei samurai rappresentato in Shogun.

Kubi: l’anti-Shogun di Kitano

A ben vedere, infatti, Kubi è l’esatto contrario di Shogun: nonostante si abbia a che fare con un’altra vicenda ispirata da eventi reali, il cosiddetto ‘Incidente di Honnō-ji’, che ebbe luogo più o meno nello stesso periodo storico del Giappone feudale che fa da sfondo alla serie (qui siamo nel 1582, mentre lo shogunato Tokugawa iniziò nel 1602), Kitano rilegge totalmente l’afflato epico tipico dei film di samurai, aggiungendo il suo ben noto sguardo sarcastico alle prospettive tipiche del genere jidai-geki, muovendosi tra l’alto e il basso di un mondo spesso spietato, sempre violento e, grazie a lui, più grottesco di quanto lo ricordavamo.

Del resto Kubi – ideogramma 首 – fa riferimento al collo, e non a caso è proprio sul particolare di un collo – ovviamente privo di testa – che Takeshi Kitano sceglie di aprire il suo film – adattamento di un suo libro del 2019 -, primo vero ‘blockbuster’ epico di guerra della sua carriera e il secondo film di samurai, dopo il remake di Zatoichi (se amate l’autore, non perdetevi la nostra monografia su Takeshi Kitano).

Kubi Recensione

Quando l’epica però viene raccontata dal regista anti-epico per eccellenza, quando la gloria della morte onorevole viene rappresentata da un autore che ha sempre ridicolizzato la morte sovrarappresentandola, quando gli eroici samurai sono trattati come farabutti della yakuza da un genio che ha rivoluzionato il modo di guardare le bassezze della malavita per celebrare la poesia delle piccole cose della vita, ecco che vengono fuori opere come Kubi.

Matteo Regoli

critica i film, poi gli chiede scusa si occupa di cinema, e ne è costantemente occupato è convinto che nello schermo, a contare davvero, siano le immagini porta avanti con poca costanza Fatti di Cinema, blog personale

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