Like A Dragon Pirate Yakuza In Hawaii Recensione: all’arrembaggio!
Quella di Ryu Ga Gotoku Studio è ormai una macchina perfettamente collaudata ed infaticabile: ti sforna nuovi giochi di Yakuza/Like A Dragon a ritmo forsennato, ma a stupire è il fatto che questo team interno a SEGA non sembri mai sbagliare un colpo. Nonostante la costante frequenza con cui nuovi titoli della serie vengono prodotti, nella larga maggioranza dei casi si rivelano opere di elevata caratura che riescono sempre a conquistare i favori di critica e pubblico nonostante il riciclo di asset e una direzione tecnica che ormai da tempo non si evolve in maniera concreta.
Eppure quando un nuovo Yakuza (o Like A Dragon che dir si voglia oggi) fa il suo debutto, poco ma sicuro riesce sempre a lasciare il segno. La sicurezza dimostrata dal Ryu Ga Gotoku Studio e la passione che ci mettono in ogni loro prodotto li spinge sempre ad inventarsi qualche nuova idea per dare un senso all’ennesima iterazione di Yakuza, ma questa volta si sono letteralmente superati. Like A Dragon: Pirate Yakuza In Hawaii è un’avventura piratesca proprio come suggerisce il nome, ed ambientata tra l’altro ai giorni nostri.
Esatto, avete letto bene. Il team ha concepito una delle sue idee più folli mai sperimentate con la serie, con il nuovo gioco tutto incentrato sulla figura sopra le righe di Goro Majima, da sempre uno dei personaggi più amati di Yakuza e perfetto per sperimentare un’idea così assurda. La cosa bella è che Pirate Yakuza funziona molto meglio di quanto ci si sarebbe mai potuti immaginare, rivelandosi non solo un puro concentrato di divertimento ma anche uno dei migliori spin-off mai prodotti da SEGA per la sua ormai storica serie.
Da yakuza a pirata il passo è breve
Pur trattandosi di uno spin-off dalle premesse fuori dagli schemi, Pirate Yakuza è in realtà un titolo canonico ambientata sei mesi dopo le vicende di Like A Dragon: Infinite Wealth, avendo dunque alcuni collegamenti piuttosto stretti con l’ottavo episodio principale della serie e facendo persino più chiarezza su alcuni punti rimasti oscuri dell’ultima avventura con protagonisti Ichiban Kasuga e Kazuma Kiryu.
Goro Majima si risveglia sulla spiaggia di un’isola sperduta delle Hawaii, afflitto da una forte amnesia che gli ha fatto dimenticare gran parte del suo passato e persino il suo stesso nome. Non sa nemmeno come ha fatto a ritrovarsi su quella riva. Viene salvato da un ragazzino di nome Noah e il suo cucciolo di tigre, chiamato Goro a sua volta, e ben presto si ritrova a combattere contro gruppi di pirati pronti ad aggredire i due. Nonostante la perdita della memoria, Majima ricorda di essere stato uno yakuza e sa come si combatte, liberandosi facilmente degli aggressori.
Una volta ambientatosi in quel di Rich Island, Majima conosce la famiglia di Noah: suo padre Jason Rich, un tempo un temuto pirata ora caduto in disgrazia, e sua sorella Moana, che dà una mano nella gestione del bar locale. Dopo aver respinto l’assalto di un altro gruppo di pirati, Majima conquista la loro nave e fa la conoscenza del cuoco di bordo, Masaru Fujita, che gli racconta la leggenda del “Tesoro perduto dell’Esperanza” che si pensa sia nascosto da qualche parte presso Nele Island (dimora del culto di Palekana conosciuto in Infinite Wealth).

Il tesoro perduto si stima valga miliardi: incuriosito dalla vicenda e messa in piedi la sua ciurma, un ancora smemorato Majima parte con Noah, Jason e Masaru alla ricerca delle ricchezze dell’Esperanza iniziando così la sua nuova vita da pirata, ignaro del fatto che quel tesoro è ricercato da tanti altri pericolosi bucanieri con i quali prima o poi incrocerà le spade. Nel frattempo, il passato di Majima verrà presto a bussare alla porta dando vita a un intreccio sempre più complesso e misterioso.
Yakuza/Like A Dragon è da sempre nota per le sue trame mature, dense di colpi di scena e con personaggi memorabili che fanno forte breccia su intrecci complessi e spesso con esiti imprevedibili, senza però disdegnare al tempo stesso un po’ di leggerezza e sana follia nipponica dando così vita a un mix unico e speciale.
Non sempre però la narrativa dei vari giochi si è dimostrata fluida ed impeccabile, andando talvolta a complicarsi eccessivamente con il rischio di perdersi per strada. In più occasioni è esattamente ciò che è successo con Like A Dragon: Infinite Wealth, rivelatosi uno dei capitoli meno incisivi sul fronte narrativo nonostante i suoi tanti momenti indimenticabili.
Con Pirate Yakuza però gli autori decidono di seguire una strada ben diversa e soprattutto più semplice e lineare. La storia di questo spin-off con Majima appare infatti molto meno complessa ed ambiziosa rispetto agli standard tipici del franchise, senza fare ricorso a chissà quanti colpi di scena o tematiche intense: tutto ruota attorno al tesoro dell’Esperanza, alla base di un viaggio rocambolesco ma senza gli innumerevoli intrecci tipici di uno Yakuza.

Ma forse è proprio per questo che alla fine Pirate Yakuza riesce a dimostrarsi godibile in ottica trama. Nonostante per gran parte dell’avventura non ci siano particolari sussulti e tutto proceda sugli stessi binari senza mai deragliare, i toni molto più leggeri rispetto agli standard del brand sono al tempo stesso una ventata d’aria fresca che fa tesoro della leggerezza e delle assurdità alla base della storia per regalare un intrattenimento genuino e senza fronzoli.
Non mancano ovviamente le tipiche sequenze drammatiche della serie così come momenti più profondi e densi di significato, ma rispetto al classico Like A Dragon questo episodio vuole intrattenere senza strafare, raccontando una storia semplice ma che funziona grazie anche all’azzeccato cast di protagonisti e comprimari, con Majima che anche in questa veste piratesca riesce a bucare lo schermo rivelandosi il personaggio perfetto per un esperimento di questo tipo.
Ben venga dunque un’avventura che non vuole mai prendersi troppo sul serio, soprattutto dopo un Infinite Wealth che non è riuscito a fare pienamente centro sul fronte narrativo: gli spin-off del resto esistono anche per osare ed uscire fuori dagli schemi classici, ed in tal senso Pirate Yakuza ha centrato l’obiettivo.
Quindici yakuza e una bottiglia di sakè
Pirate Yakuza abbandonati il sistema da JRPG a turni proposti dagli ultimi giochi principali della serie e torna ad essere un puro Action/Adventure con focus sui combattimenti. E sebbene la formula ludica degli scontri resti sempre quella tipica degli Yakuza classici, avere Majima come unico protagonista li rende ancora più veloci, intensi e frenetici rispetto al passato.
Il nostro anti-eroe può contare sul suo stile di lotta storico, il Mad Dog qui riproposto in chiave aggiornata con un nuovo set di attacchi, combo ed Heat Actions con persino la possibilità di scatenarsi in salti ed attacchi dall’alto che rendono le battaglie ancora più dinamiche grazie alle maggiori opportunità offerte dal nuovo sistema pensato per quest’occasione.
Il secondo stile a disposizione è invece nuovo di zecca e perfettamente in linea con le atmosfere piratesche alla base dell’avventura: Sea Dog dona a Majima due sciabole con le quali scatenare la sua furia attraverso sequenze d’azione più lente rispetto al Mad Dog ma al tempo stesso anche più potenti ed intense. La continua alternanza di questi moveset permette ai combattimenti di rivelarsi godibili anche stavolta grazie ai ritmi molto più intensi e sostenuti, senza contare la possibilità di affrontare anche orde molto più numerose di nemici dando così vita a scontri dall’alto tasso di spettacolarità e coinvolgimento.

La possibilità inoltre di sbloccare numerosi potenziamenti a suon di denaro e punti esperienza guadagnati offre ancora più varietà all’azione ed un numero di combo sempre più ampio su cui fare affidamento, senza dimenticare le abilità speciali da sfoderare con entrambi gli stili una volta riempito l’apposito indicatore, permettendo così di ottenere vantaggi ancora più incisivi durante gli scontri rendendoli ancora più folli ed appassionanti.
Stavolta però non si combatte solo sulla terraferma visto che anche il nostro vascello, la Goromaru, ha un ruolo chiave nel gameplay grazie alle numerose battaglie navali con cui cimentarsi: in molti casi bisogna semplicemente abbattere le navi nemiche a suon di mitragliatori e cannonate, ma contro i galeoni più potenti si chiude in bellezza con il più classico dei arrembaggi, sconfiggendo la ciurma rivale e prendendo così il controllo della loro nave per il trionfo.
E proprio come lo stesso Majima anche la Goromaru ha il suo set di potenziamenti da sbloccare a suon di soldi ed EXP, che si tratti di nuovi equipaggiamenti o di migliorie all’attacco e la resistenza in modo così da prepararla alle battaglie navali più intense delle fasi avanzate dell’avventura. Intere attività secondarie ruotano attorno alla Goromaru, addirittura con tanto di campionati per i più temibili capitani delle Hawaii da superare oltre alla più classica caccia al tesoro esplorando le isole circostanti alla ricerca di cimeli sempre più preziosi da rubare agli altri pirati in cerca di fortune.
Il problema a lungo andare dei combattimenti, che siano navali o a terra, è però sempre lo stesso tipico dei classici Yakuza: una certa ripetitività sul lungo andare complice anche i continui ricicli di asset, scenari e sfide con cui cimentarsi. Pirate Yakuza non è esente da questo limite ed anche nel suo caso tende a presentarsi con forza in varie circostanze.

Da dire che comunque il suo gameplay di base funziona bene quanto basta da rivelarsi comunque godibile, ma se in passato la ripetitività alla base della serie SEGA vi ha fatto storcere il naso, difficilmente questo spin-off vi farà cambiare idea nonostante il suo focus piratesco e sull’esplorazione marittima oltre all’approccio da Yakuza classico.
Altro difetto non di poco conto: Pirate Yakuza appare decisamente facile come gioco, forse anche più di molti altri capitoli passati. Questo perché i potenziamenti sono tanti ed è possibili ottenerli molto velocemente rendendo così Majima e la sua nave sempre più potenti nel giro di poco. A meno di non cimentarsi con sfide oltre l’esperienza ed i potenziamenti raggiunti, Pirate Yakuza va avanti senza mai creare particolari pensieri e ritrovarsi sconfitti è un’eventualità decisamente rara. Forse un maggior equilibrio nel grado di sfida avrebbe potuto dare una marcia in più all’opera.
Ciò detto, comunque, Pirate Yakuza funziona così bene che riesce comunque a trasmettere una genuina sensazione di divertimento grazie anche a tutte le sue assurdità e le atmosfere piratesche ricreate in maniera impeccabile. La presenza come al solito di tantissimi minigiochi (compresi classici SEGA come Virtua Fighter 3 oltre a titoli storici per Master System oltre a grandi ritorni come il Dragon Kart che vanno a braccetto con il nuovo colosseo a suon di battaglie navali) aiuta a spezzare al meglio il ritmo dell’avventura principali con svaghi che sanno sempre come intrattenere.
Pirate Yakuza è uno spin-off praticamente solo di nome considerato che per mole di contenuti non ha troppo da invidiare a molti dei giochi principali del franchise, anche se comunque di per sé non è eccessivamente longevo (la storia principale si può completare in una ventina di ore scarse non contando le attività extra). Ma considerato quanto c’è da fare anche sulla terraferma e non solo esplorando i mari hawaiani, l’ultima fatica del Ryu Ga Gotoku Studio ha comunque tutto il necessario per intrattenere molto a lungo.
Ritorno ad Honolulu dopo una visita a Madlantis
Complice il tema piratesco alla base dell’opera fa ritorno la mappa di Honolulu già vista ed apprezzata in Like A Dragon: Infinite Wealth e che si conferma ancora oggi tra gli scenari più grossi mai offerti dalla serie. Certo, la Honolulu mostrata in Pirate Yakuza è sostanzialmente la stessa già esplorata nel gioco pubblicato ad inizio 2024 e non c’è nessuna differenza concreta in termini di contenuti.
Le attrazioni, i locali ed i punti d’interesse sono sempre gli stessi a grandi linee, integrati con alcune attività nuove di questo spin-off come la caccia ai ricercati (utilissima per guadagnare soldi facili in poco tempo), le postazioni di cucina dove preparare gustose pietanze con le risorse accumulate lungo l’avventura e soprattutto la ricerca di nuovi membri per la ciurma in modo così da renderla sempre più potente.
Al di fuori della Main Quest è proprio reclutare nuove aggiunte per l’equipaggio uno scopo chiave del gioco: che si tratti di soddisfare specifiche richieste oppure di completare le immancabili missioni secondarie dai toni squisitamente leggeri ed assurdi, allargare la ciurma permette di ottenere ulteriori vantaggi sia nelle battaglie navali che durante l’esplorazione delle isole in cerca di tesori, motivo per cui vale la pena esplorare a fondo Honolulu in modo così da scoprire ogni segreto tra nuove reclute e pure tantissimi oggetti extra per la personalizzazione di Majima e della nave, senza dimenticare le visite all’Officina di Julie dove comprare ulteriori utili potenziamenti per la Goromaru.

In ogni caso chi già ha consumato a dovere Infinite Wealth saprà già come muoversi al meglio attraverso Honolulu non essendoci particolari novità da segnalare, ma le attività da svolgere sono comunque abbondanti e di conseguenza vale lo stesso la pena riscoprire da cima a fondo la mappa in modo così da scoprire ogni segreto pensato appositamente per questa nuova avventura.
Honolulu resta la mappa principale del gioco viste le sue dimensioni, ma Pirate Yakuza ha altro ancora da offrire come la nuovissima Madlantis, un paradiso per pirati pieno di ulteriori attrazioni e minigiochi con cui intrattenersi a partire dal già citato colosseo per i campionati navali. Madlantis è in realtà un scenario dalle dimensioni piuttosto contenute e basterà poco per esplorarlo, ma colpisce grazie alla sua caratterizzazione ricca di atmosfera e cura nei dettagli che lo rendono comunque un piacere da scoprire in ogni minimo particolare.
Per il resto si lascia spazio soltanto a qualche mappa più piccola come ad esempio l’iniziale Rich Island o la Nele Island già vista in Infinite Wealth, sebbene nel loro piccolo abbiano comunque qualche attrazione con cui cimentarsi (come lo “zoo” che Majima creerà a Rich Island portandoci tutti gli animali salvati durante i suoi viaggi, da nutrire ed accudire tramite le risorse accumulate), ma ancora una volta per trattarsi di uno spin-off siamo davanti a un prodotto decisamente ricco, molto di più tra l’altro se paragonato al precedente progetto più piccolo Like A Dragon Gaiden.
La quest secondaria più importante, quella contro i Devil Flags, è un altro elemento da non sottovalutare: oltre ad essere un’attività collaterale abbastanza corposa permette anche di vivere sfide sia a terra che navali tra le più intense offerte dal gioco, sbloccando nel mentre nuove mosse finali devastanti per lo stile Sea Dog di Majima e lasciando spazio anche ad epiche battaglie campali contro 100 nemici contemporaneamente su schermo.
Ryu Ga Gotoku Studio non ha trascurato proprio nulla, e sebbene Pirate Yakuza abbia comunque i suoi difetti in termini di semplicità, ripetitività e riciclo di asset piuttosto evidente, il pacchetto completo è comunque ricco e variegato quanto basta da renderlo un altro avvincente esponente della serie di Yakuza, assolutamente da non perdere per chi ama il brand da anni ma consigliato pure a chi non conosce a fondo il brand firmato SEGA.
Il Dragon Engine sente il peso degli anni?
Trattandosi per l’appunto di un’avventura di minor portata rispetto agli episodi principali era lecito immaginare che sul fronte tecnico non ci sarebbero stati particolari cambiamenti e così è effettivamente stato: Pirate Yakuza è sempre basato sull’ormai collaudatissimo Dragon Engine del Ryu Ga Gotoku Studio ma è da tempo che questo motore grafico non compie significativi passi avanti, forse perché frenato dalla distribuzione ancora cross-gen che caratterizza gli attuali giochi di Like A Dragon (Pirate Yakuza è infatti arrivato anche su PS4 e Xbox One oltre alle piattaforme di attuale generazione).
E sebbene anche Pirate Yakuza resti un gioco bello da vedere, soprattutto per quanto riguarda la qualità dei filmati, la sensazione è che ormai sul fronte tecnico la serie sia ferma ormai da troppo tempo continuando a trascinarsi i limiti passati senza effettivamente migliorarli, che si tratti di qualche animazione fuori posto o di modelli degli NPC dal dettaglio notevolmente più basso rispetto ai personaggi principali.
Chiaramente nessuno pretendeva da Pirate Yakuza una rivoluzione in tal senso, ma per i futuro forse è bene che Ryu Ga Gotoku Studio inizi a potenziare il Dragon Engine oppure ad utilizzarne uno del tutto nuovo, magari abbandonando finalmente la vecchia generazione di console in modo così da fare un netto balzo in avanti verso il presente ed il futuro.

Ciò detto, i nuovi scenari marittimi, le isole e soprattutto Madlantis restano un piacere da vedere ed offrono anche una ventata d’aria fresca ad un franchise comunque in circolazione dal lontano 2005, e fa piacere constatare che gli sviluppatori riescano sempre a reinventarsi tra asset completamente nuovi ed altri invece riciclati dal passato.
L’accompagnamento musicale è invece impostato per sposarsi meglio con lo stile unico dell’avventura, e dunque eccoci davanti a canti pirateschi, brani che non sfigurerebbero in un film de I Pirati dei Caraibi e persino un paio di musical che per quanto assurdi in un contesto come quello di Yakuza funzionano alla fine benissimo in questa circostanza dando ancora più personalità all’opera.
Il doppiaggio giapponese come sempre è superlativo, ma anche quello inglese un poco alla volta sta facendo passi avanti risultando a sua volta godibile e ben recitato. Certo, il parlato nipponico resta sempre il migliore e più indicato per un capitolo di Yakuza/Like A Dragon, e questo nonostante stavolta il setting sia interamente americano.
Lo spin-off che non ti saresti mai aspettato (ma di cui hai bisogno)
Al Ryu Ga Gotoku Studio va riconosciuto un merito: quello di avere il coraggio di osare e, quando necessario, di pensare fuori dagli schemi. Perché immaginare un’opera come Like A Dragon: Pirate Yakuza In Hawaii che si allontana così tanto dallo stile tipico di un classico gioco della serie ma al tempo stesso senza snaturarne l’essenza richiede una certa dose di follia e di pensieri fuori dagli schemi visto la proposta così strana ed inconsueta alla quale i fan di Yakuza non sono certo abituati.
Ma quando RGG Studio dà sfogo alla creatività ed alle idee inconsuete dimostra non solo quanto i suoi giochi possano regalare grande intrattenimento in qualunque forma, ma anche che sono loro per primi a divertirsi un mondo nel dare vita a concept bizzarri e inaspettati.
Ora, Pirate Yakuza non è esente da qualche problema: gli storici limiti del brand sono lì, che si tratti di ripetitività sul lungo termine, un grado di sfida tarato fin troppo il basso ed il riciclo di asset che in certi casi rischia di farsi invasivo, senza contare il Dragon Engine che inizia a sentire sempre di più il peso degli anni.
Tuttavia, Pirate Yakuza è anche folle, sopra le righe ed esilarante quanto basta per renderlo un’esperienza molto speciale per gli appassionati della storica serie SEGA. RGG Studio è riuscito a dare vita a un’avventura piratesca che fosse al tempo stesso coerente con l’essenza di un puro Yakuza, spettacolare nei suoi combattimenti a terra o navali e capace di tenere incollati allo schermo con le sue innumerevoli attività secondarie e minigiochi.
Le nuovissime meccaniche legate alla navigazione ed alle battaglie navali funzionano egregiamente e si sposano bene con la storico impostazione Action/Adventure con cui il brand è diventato famoso, dando vita a un’esperienza tra le più divertenti mai proposte dal brand al netto dei suoi limiti.
E pure la storia, seppur molto lineare e senza i complessi intrecci tipici di un Like A Dragon, alla fine riesce ad intrattenere con la sua semplicità e la sua atipica leggerezza che alterna in modo sorprendentemente convincente momenti comici ad altri drammatici, condendo il tutto con un pizzico di epicità che male non fa.
Ecco perché Like A Dragon: Pirate Yakuza In Hawaii si rivela uno dei migliori spin-off mai offerti dal brand nel corso della sua lunga storia: il suo coraggio di osare con concept totalmente fuori dallo stile tipico del brand viene adeguatamente ricompensato con un’avventura che merita di essere vissuta fino in fondo e che valorizza ulteriormente un personaggio ormai storico come Goro Majima rendendo ancora più carismatico e memorabile.
Pirate Yakuza è un puro concentrato di divertimento, non vuole mai prendersi troppo sul serio e forse è proprio per questo che alla fine riesce a farsi amare facendo chiudere un occhio sui suoi limiti. Ogni tanto qualche idea fuori di testa ci vuole, soprattutto in un brand con quasi 20 anni sulle spalle ed anche abbastanza spremuto da SEGA, che però riesce sempre a trovare il modo per reinventarsi e farsi apprezzare ancora oggi proprio come alle origini.
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