Mission: Impossible – The Final Reckoning Recensione: nasce il Tomcruiseianesimo
In concomitanza con la presentazione al Festival di Cannes 2025, e a due anni dall’uscita del precedente episodio Mission: Impossible – Dead Reckoning, grazie a Paramount Pictures Italia e a Eagle Pictures abbiamo avuto modo di vedere in anteprima l’attesissimo Mission: Impossible – The Final Reckoning, ultimo capitolo della leggendaria saga action prodotta e interpretata da Tom Cruise, qui ancora una volta diretto dall’amico, collaboratore e compagno di disavventure Christopher McQuarrie.
Nato come Dead Reckoning: Parte 2 ma successivamente ribattezzato ‘The Final Reckoning’, tanto per andare sul sottile, l’ottavo e ultimo capitolo del franchise dedicato alle missioni impossibili di Ethan Hunt e dei suoi amici dell’IMF arriva dopo una produzione lunghissima e complicatissima (si parla di un budget di 350-450 milioni di dollari, che nella forbice più ampia ne farebbe il film più costoso della storia del cinema o comunque ‘uno dei’) e in un momento storico importante per la vecchia Hollywood, quella che Tom Cruise rappresenta con forsennata, muscolosa, spericolata ostinazione: il cinema del vero sta morendo, il digitale e lo streaming avanzano, gli algoritmi e l’Entità sono ovunque intorno a noi.
Con Mission: Impossible – The Final Reckoning nasce il Tomcruiseianesimo: l’Ultima Star nel senso classico del termine deve morire e risorgere e rischiare la vita di fronte ai nostri occhi per salvare il Cinema e tutti noi.
Mission: Impossible – The Final Reckoning: cose mai viste prima
Lunghissimo (quasi tre ore), narrativamente spericolato (nonostante Christopher McQuarrie sia uno sceneggiatore di lusso, l’ambizione del film è legare tutti insieme i precedenti capitoli della saga per creare retroattivamente un’unica storia interconnessa, col risultato che perdersi tra le parole è facilissimo se non si conosce al millimetro ogni scena del franchise) e quindi meno serrato rispetto a Mission: Impossible – Fallout e Dead Reckoning, l’ottavo capitolo della saga è comunque un film che mette in scena cose mai viste prima, prendendosi immediatamente il suo posto nella Storia del Cinema.
Lasciando da parte le emozioni che ogni finale si porta con sé, Mission: Impossible – The Final Reckoning è un blockbuster che osa su un livello di scala mai raggiunto prima: c’è una sequenza subacquea ambientata all’interno di un sottomarino che farebbe venire voglia a James Cameron di rigirare Avatar: La via dell’acqua dal vivo con dei veri Na’vi (una scena il cui set ha richiesto due e anni mezzo per essere costruito, due anni e mezzo!!!) e l’atto finale con l’inseguimento tra i due aerei biplano è letteralmente inconcepibile – solo per dirne una, per tutta la durata della scena Tom Cruise diventa il regista di sé stesso, perché è letteralmente in volo a 3000 metri di altezza sopra il verde del Sud Africa ed è lui a manovrare le cineprese montate sull’aereo, essendo da solo a bordo (più che a bordo, appeso sull’ala e sospeso nel vuoto…ma questa è ordinaria amministrazione).

La tesi del è chiarissima, e ci inchiniamo ad essa: Tom Cruise e Ethan Hunt sono l’ultimo baluardo contro il cinema digitale rappresentato dall’Entità, l’intelligenza artificiale che vuole distruggere l’umanità in modi che al confronto Skynet di Terminator (ancora Cameron, si) è un pacifista; da qui l’ossessione di Tom Cruise per il martirio del proprio corpo, i tanti dettagli con cui la sceneggiatura insiste su cosa succederà al fisico di Ethan se questa o quella cosa dovesse andar male, la gloria epica nel mostrarsi senza filtri di fronte alle cinepresa, con la pelle cascante sferzata dai venti micidiali del rischio della morte.
Ci sarà perfino un momento di morte apparente/respirazione bocca a bacco e resurrezione, con la chiave per fermare l’Entità che ha letteralmente la forma di una doppia croce: è il blockbuster come esperienza religiosa, è la fede nella forza salvatrice del Cinema, il cinema del Corpo fisico che sconfigge le tentazioni della CGI e ci purifica attraverso il sacrificio, il sangue, il sudore e le lacrime. È il Tomcruiseianesimo: la saga è finita, andata in pace…
Lascia un commento