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Springsteen: Liberami dal nulla Recensione – Born in Nebraska

Abbiamo visto in anteprima Springsteen - Liberami dal nulla, biopic musicale su Bruce Springsteen e la nascita di Nebraska: la recensione

Il biopic musicale è ormai un punto fisso della produzione hollywoodiana, un filone che culminerà nei prossimi anni con i film su Michael Jackson e il maxi-crossover in stile Avengers e in quattro parti dedicato ai Beatles e firmato Sam Mendes, ma nel frattempo – a meno di un anno dall’uscita italiana di A Complete Unknown di James Mangold con Timothée Chalamet nel ruolo di Bob Dylan – arriva un progetto molto simile, per spirito approccio e non solo (quello era Searchlight, questo è 20th Century Studios, quindi entrambi casa Disney): parliamo di Springsteen – Liberami dal nulla di Scott Cooper, il biopic sul Boss, la rockstar proletaria della middle class, Bruce Springsteen.

Il paragone con A Complete Unknown è per certi versi inevitabile: non tanto per il legame artistico tra Dylan e Springsteen quanto per quello tra Mangold e Cooper, affini nello spirito e nel modo puramente ‘western’ di concepire il mondo e il cinema. E infatti in più punti le due opere sembrano dialogare, nonostante le epoche ricostruite dell’America che vediamo intorno ai protagonisti distino quasi vent’anni l’una dall’altra, e nonostante Springsteen: Liberami dal nulla scelta di raccontare il Boss in un punto precisissimo e molto circoscritto della sua vita e della sua carriera (laddove invece A Complete Unknown si faceva film doppio, sulle doppie identità di Dylan, le sue anime folk e rock e due periodi cruciali della sua arte).

Allo stesso tempo però qui la questione diventa un’altra: se il Dylan di Mangold veniva raccontato come il simbolo particolare di un cambiamento universale (‘The Times They Are a-Changin‘), per il suo Springsteen, Cooper sceglie il ritratto intimista: il periodo di massima floridezza dell’artista (la coda del tour di The River e la creazione del ‘doppio album’ Nebraska + Born in the USA) diventa lo specchio oscuro attraversato il quale si accede all’animo tormentato dell’uomo, gravemente malato di depressione e costretto ad affrontare i tramuti sepolti del passato – in particolare il rapporto complesso, dolce duro e in bianco e nero, con il padre.

Lo Springsteen di Jeremy Allen White

Jeremy Allen White, che venendo dalla serie tv The Bear di geni tormentati con manie depressive ne sa ben più di qualcosa, è un Boss semplicemente perfetto, al pari del giovane Dylan di Chalamet. Il raccontare la nascita della musica attraverso il cinema e le sue immagini, partendo dall’infatuazione di Springsteen per film come La rabbia giovane o La morte corre sul fiume (anche A Complete Unknown aveva una sequenza all’interno di una sala cinematografica), porta ad un climax finale eccezionale e commovente.

Stephen Graham è un Douglass Springsteen commovente, Jeremy Strong è il solito gigante nei panni dell’amico fraterno e manager Jon Landau, Paul Walter Hauser è ormai una delle spalle comiche più salde in circolazione e innamorarsi di Odessa Young è facilissimo.

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Da vedere per chi venera il Boss e sogna un pellegrinaggio ad Asbury Park, per i fan di Carmy Berzatto, per divertirsi a confrontare questo film con A Complete Unknown e perché, dopo il thriller gotico The Pale Blue Eye che era così così), Springsteen: Liberami dal nulla è un grande ritorno per Scott Cooper ai fasti di Crazy Heart.

Matteo Regoli

critica i film, poi gli chiede scusa si occupa di cinema, e ne è costantemente occupato è convinto che nello schermo, a contare davvero, siano le immagini porta avanti con poca costanza Fatti di Cinema, blog personale

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