Sumerian Six Recensione: la guerra non cambia mai
Qualcuno penserebbe che la guerra non cambia mai. Le lotte intestine, il nazismo sparso dappertutto, la gente che si prepara a guerreggiare e la fedeltà cieca nei confronti di leader opportunisti e crudeli.
Il racconto di Sumerian Six è la prova inconfutabile di quanto Inglorious Bastards e film di questo tenore abbiano fatto del bene al mercato videoludico indipendente. Con alle spalle un publisher forte come Devolver Digital, il team di sviluppo Artificer propone un’opera brillante e vivace, nonché pregna di elementi di game design davvero riuscitissimi.
Sumerian Six: l’unico nazista buono è quello morto
Se Wolfenstein mi ha insegnato qualcosa, è che l’unico nazista buono – come un qualunque fascista, a dire il vero – è quello morto. Esatto, magari colui che sta bene con i piedi dritti, che si veste bene per l’ultimo viaggio e con un simbolo che anche dopo la morte ricordi a tutti che è stato un nazista. Aldo l’Apache, d’altronde, sapeva bene come rendere riconoscibile un nazista.
Ucciderli in Sumerian Six, nascondendo i loro corpi, e facendo finta che siano scomparsi chissà come, è stata la parte più coinvolgente della produzione. In trenta ore di gioco, necessarie per giungere alla conclusione dell’avventura, ho sperimentato tattiche diverse per arrivare alle soluzioni più disparate.

Mi sono messo nei panni dei nazisti, sono passato attraverso di loro come un’ombra oscura e, successivamente, ho colpito come una zanzara. E come tale ho sparso il mio veleno, lasciandoli brancolanti nel dolore. Tralasciando i miei vaneggiamenti, Sumerian Six è un tattico di quelli che potrebbero benissimo fare l’occhiolino a XCOM e ad altre opere analoghe (se siete alle prime armi con gli strategici, non perdetevi la recensione di Higwater).
Rafforzato da un game design tanto semplice quanto essenziale, il prodotto avvolge attraverso un gameplay trascinante che porta a pensare attentamente come muoversi al suo interno, optando per varie scelte e diversi approcci. La vittoria, specie a livelli di difficoltà superiori, è da assicurarsi con la dovuta intelligenza.

Proprio attraverso di essa, la pianificazione assume un connotato importante al suo interno, oserei dire persino trascendentale; raramente, infatti, mi è capitato che un videogioco mettesse in chiaro sin da subito che talvolta è necessario aspettare e poi colpire. Pur avendo adoperato vari modi per impedire ai nazisti di avere la meglio, ho sempre cercato di rendere il mio viaggio unico. Talvolta ho dovuto improvvisare, switchando da un personaggio all’altro, ma in altrettante occasioni ho optato per l’attesa.
I Sei Gloriosi Bastard
I personaggi utilizzabili nel corso dell’avventura sono in totale sei. Ognuno di essi ha le sue peculiarità, tanto che il connubio fra di loro è fondamentale per la prosecuzione dell’avventura. Al centro viene presentata una storia avvolgente ed efficace, che intrattiene in modo preciso, mostrando le ispirazioni già palesate poc’anzi. L’opera conquista attraverso il suo gameplay, le tante possibilità a disposizione unite alle varie situazioni proposte, aspetti che la rendono assolutamente vincente per via delle meccaniche messe in campo, davvero ragguardevoli, se paragonate ad altre produzioni.
Diventa comunque complesso farlo quando le stesse, per varietà, intrattengono e variano il loro approccio e mutano il contesto. Come accennavo prima, si tratta di un’opera che mette la tattica al primo posto. Ogni personaggio, grazie alle sue abilità specifiche, permettono peraltro di affrontare le situazioni in modo diverso e di tanto in tanto le stesse possono essere coniugate con quelle di un altro personaggio in squadra.

Il team è composto da elementi abili e potenti, capaci sia di fare del male quanto di ammazzare chiunque senza troppe preoccupazioni. Cosa rende l’opera davvero riconoscibile, oltre alle sinergie che si possono creare, è il ritmo di gioco: le mappe proposte danno modo ai giocatori di interfacciarsi con vari modi per avanzare nell’avventura. A volte può essere semplice, chiaro, ma, andando avanti nell’esperienza, sarà meglio evitare di farsi beccare in fragrante.
In tal senso, nascondere i corpi dei nemici è una soluzione utilissima: alcuni di essi, inoltre, possono essere gettati nel mare, oppure nascosti in frasche e arbusti di vario genere. Alcuni personaggi possono usare armi da fuoco, mentre altri optare per pugnali. Cosa esalta molto è la particolarità delle stesse, rese al loro meglio da un piacevolissimo modo di uccidere i nazisti che è realmente ludico e fresco, reso al suo meglio anche per merito di un’ambientazione curatissima sotto ogni superficie.
Conclusioni
Sumerian Six è efficace e stratificato, arricchito da situazioni che potrebbero realmente portare a un coinvolgimento ulteriore, specie nell’endgame. Il suo più grande pregio è che, in qualunque mappa, c’è sempre qualcosa di buono al suo interno da renderlo peraltro di grande impatto.
C’è anche da dire che le musiche utilizzate, nonché il resto e soprattutto l’art direction, sono riuscite a creare un bel modo per vivere la Seconda Guerra Mondiale al passo di scienziati che neppure Oppenheimer potrebbe mai desiderare. La reale bomba atomica, d’altronde, è quella che si scopre attraverso il game design. Se a Nagasaki e a Hiroshima fosse stato sganciato quest’ultimo, avremmo di sicuro un mondo più bello.
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