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Year of The Dragon Michael Cimino

Year of the Dragon di Michael Cimino: un poliziesco dal cuore noir

Apriamo il 2024 - che sarà l'Anno del Drago per il calendario cinese - con un film a dir poco calzante: Year of the Dragon di Michael Cimino

Secondo il calendario cinese il 2024 sarà l’Anno del Drago, ma da irriducibile del cinema di Michael Cimino quando l’ho scoperto la mia mente è tornata subito al 1985, anno decisivo per il cinema hollywoodiano e il genere poliziesco newyorkese grazie all’uscita di Year of the Dragon, thriller metropolitano con protagonista Mickey Rourke.

L’autore de Il cacciatore (che in Italia tornerà al cinema a fine gennaio con Lucky Red in versione restaurata in 4K) si stava ancora riprendendo dal flop commerciale del suo grande capolavoro I Cancelli del Cielo, film spartiacque tanto per l’industria hollywoodiana uscito nel 1980 quanto per la carriera di Cimino stesso, sostanzialmente messo al bando dagli studios (qui il nostro speciale dedicato a I Cancelli del Cielo): mai arrendevole, l’autore in quel periodo aveva unito le forze con lo scrittore Raymond Carver per la stesura di una sceneggiatura sulla vita di Dostoevskij, che (solo) nei suoi sogni si sarebbe trasformata in un film di oltre quattro ore. 

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Il produttore Carlo Ponti, nonostante ne sapesse qualcosa di pellicole dalla durata esorbitante (Il dottor Zivago) si limitò a sfogliarla svogliatamente seduto alla sua scrivania, per poi rimandarla al mittente: Michael Cimino è roba che scotta, è il pazzo de I cancelli del cielo, nessuno è pronto a scommettere su di lui. Ma ad un altro produttore italiano, Dino De Laurentis, torna in mente un romanzo poliziesco di Robert Delay di recente pubblicazione di cui possiede i diritti e che, nelle mani giuste, potrebbe diventare un thriller niente male: il titolo del romanzo è L’anno del dragone, e le mani giuste potrebbero essere quelle di Michael Cimino.

Year of the Dragon: un metropoli al chiuso

Reclutato Oliver Stone per adattare la sceneggiatura tratta dal romanzo di Robert Delay (Stone e Cimino si erano fronteggiati agli Oscar 1980 quando uno aveva vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale con Fuga di mezzanotte e l’altro aveva vinto tutto con Il cacciatore), Michael Cimino si trova di fronte ad un’opportunità fondamentale per il suo futuro: accontentare un importante produttore, che può riaprirgli i cancelli di Hollywood, grazie ad una solida sceneggiatura tratta da un romanzo di buon successo. Un gioco da ragazzi, se non fosse che ovviamente il desiderio di fare di testa propria è grande.

Le modifiche apportate al materiale originale trasformano la giornalista americana in giornalista cinese e soprattutto il detective protagonista Stanley White (Mickey Rourke, che già aveva avuto una piccola parte ne I cancelli del cielo e sarebbe tornato a lavorare con Cimino nel successivo Ore disperate) diventa idealmente un compagno d’arme del Michael (Robert De Niro) de Il cacciatore, l’ennesimo reduce del Vietnam di un cinema, quello ciminiano, che ha sempre un nemico da affrontare, che è sempre accerchiato dagli assalitori, che ha sempre una guerra da combattere.

Cimino e Stone riempiono la storia da vicende e testimonianze messe insieme da interviste alla popolazione cinese di New York e perfino a mafiosi di Atlantic City. La produzione punta al desiderio, megalomane e impossibile, di girare tutte le scene nella vera Chinatown. Questo, almeno prima del no categorico di De Laurentis che costringe Cimino a lavorare per la prima volta in assoluto in studio. Tuttavia, il risultato dell’attenzione ai dettagli della messa in scena dell’autore è talmente potente e iperrealista da ingannare anche Stanley Kubrick, che da fan di Cimino partecipò alla prima del film e confessò di aver scambiato le riprese in studio per riprese in vere location. Tutto sommato, la lavorazione procede stranamente senza intoppi e finirà anche in anticipo sulla tabella di marcia (risparmiando anche di budget!, cosa più unica che rara nella carriera di Cimino).

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Year of the Dragon: la memorabile fotografia di Alex Thomson

Un thriller anomalo

Con Year of the Dragon Michael Cimino dà vita ad un thriller anomalo, legato alla tradizione dell’hard boiled e del nuovo noir post-anni ’70 ma allo stesso tempo profondamente ossessionato dalle atmosfere e dai temi cari al suo cinema. Se al centro de Il cacciatore c’era una comunità di immigrati russi e I cancelli del cielo proseguiva il discorso sugli immigrati europei nel selvaggio west, L’anno del dragone si concentra sulle tante diversità presenti nel cuore di New York e sulle origini violente e sporche di sangue del sogno americano, anticipando di due decenni ciò che avrebbe fatto Martin Scorsese con Gangs of New York.

Si dice che per i grandi autori cinematografici ogni singolo film è un manifesto del suo pensiero, e la cosa con Michael Cimino vale sempre, incluso con L’anno del dragone: tra i tratti fondamentali del suo stile qui ritroviamo la contaminazione tra generi (poliziesco o melodramma), la ripetizione dei gesti, la complementarità dei personaggi, i prodromi e le rime interne (ad esempio i tre funerali, tutti e tre aperti da un’inquadratura strettissima su un diverso volto a rappresentanza di passato, presente e futuro).

Year of the Dragon: il suggestivo confronto finale

Ad emergere prepotentemente però è soprattutto l’accostamento, l’avvicendarsi e il sostituirsi dei due ruoli principali, quelli del detective White e del protagonista Joey, le cui scene dialogano sempre fra loro anche quando sono distanti (da notare ad esempio l’uso di colori chiari per l’antagonista e di quelli scuri per il protagonista, Yin e Yang invertiti di abito). Fino ovviamente al confronto finale, dove luci e ombre sono chiamate a mescolarsi una volta per tutte.

Matteo Regoli

critica i film, poi gli chiede scusa si occupa di cinema, e ne è costantemente occupato è convinto che nello schermo, a contare davvero, siano le immagini porta avanti con poca costanza Fatti di Cinema, blog personale

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